TAGIKISTAN
· La vita tra i villaggi dei monti Fan ·
IL NOSTRO ITINERARIO IN TAGIKISTAN
DAY1 - Sarazm Archaeological Site | Lenin Statue | Panjakent | Seven Lakes | Nezhigon Lake | Soya Lake | Gushor Lake
DAY2 - Nofin Lake | Khurdak Lake | Marguzor Lake | Hazorchashma Lake | Voru
DAY3 - Voru | Soviet Mosaic | Iskanderkul Lake
DAY4 - Istaravshan | Hazrat-i Shokh Mausoleum | Kok Gumbaz Mosque | Kalai Mug | Handicraft Street | Lenin Monument
DAY5 - Khujand | Khujand Fortress | Jami Mosque | Panjshanbe Bazaar | Oybek Border
Il Tagikistan si è mostrato con un volto inaspettato, fatto di montagne e piccoli villaggi dove tutto è ridotto all’essenziale.
Montagne dove l’ospitalità conserva ancora un valore profondo.
Le rovine di Sarazm e i mercati di Panjakent ci hanno introdotto a un Paese che alterna storia e quotidianità, ma è lungo la strada dei Sette Laghi che il viaggio ha mostrato la sua essenza: strade scolpite nella roccia, paesaggi impervi e villaggi segnati dalla povertà. A Voru la famiglia Fayziddin ci ha accolti con naturalezza, mettendo a disposizione la propria casa, il cibo e uno spazio per condividere la notte tra le montagne. Tra i monti Fan i bambini giocavano con Nicco, rompendo il silenzio delle montagne con le loro risate.
Il lago di Iskanderkul, le moschee di Istaravshan e il mercato di Khujand hanno fatto da cornice culturale e naturale a questo viaggio, ma ciò che resta sono gli incontri, i gesti quotidiani e la generosità delle persone conosciute lungo la strada.
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Tagikistan, memorie dell’antica Sogdiana.
Un Lenin dorato ci accoglie all’ingresso di una caotica Panjakent. La statua, un tempo simbolo evidente del potere sovietico, dopo il crollo dell’URSS e l’indipendenza del Tagikistan ha assunto un significato più complesso. Per alcuni resta una testimonianza capace di raccontare un’epoca di profonde trasformazioni sociali ed economiche; per altri continua a evocare anni di controllo politico e limitazione delle libertà. Panjakent ha scelto di mantenerla all’interno del proprio tessuto urbano come gesto di riconciliazione tra passato e presente. Oggi la figura di Lenin è diventata un punto di ritrovo per i locali e un luogo dove interrogarsi sul rapporto tra eredità sovietica e identità nazionale contemporanea. Anche per un bambino, attraversare città come Panjakent significa entrare in contatto con simboli, storie e memorie che continuano a far parte della vita quotidiana del Paese.
Lasciata Panjakent, il paesaggio cambia rapidamente e la strada risale verso l’interno montuoso del Tagikistan occidentale. Conosciuti come Haftkul, che in tagiko significa “Sette laghi”, o come laghi Marguzor, dal nome del più esteso, questi specchi d’acqua custodiscono ciascuno una storia e un carattere distintivo. I laghi sono: Nezhigon, Soya, Gushor, Nofin, Khurdak, Marguzor (il più grande) e Hazorchashma (il più alto). Adagiati all’interno dei monti Fan, nella gola occidentale del Pamir-Alaj, i Sette Laghi sono incorniciati da paesaggi aspri e da antichi petroglifi rinvenuti lungo le rive del Marguzor, testimonianze che suggeriscono una presenza millenaria. Il lago più basso si trova a 1.640 metri, mentre quello più alto raggiunge i 2.400 metri, con un dislivello complessivo di 760 metri distribuito lungo oltre 14 chilometri. Le acque dei Sette Laghi sono caratterizzate da un intenso colore turchese, dovuto ai sali minerali disciolti: l’esempio più evidente è il lago di Nezhigon, le cui acque restano limpide e luminose nonostante l’affluenza del fiume Shing.
Haftkul, i sette laghi dei monti Fan.
L'accesso ai Sette Laghi è reso possibile da una strada tortuosa che si snoda attraverso i monti Fan: il tragitto tra il primo e l'ultimo lago dura circa un'ora senza soste. Tuttavia, a causa del terreno impegnativo tra il sesto e il settimo lago, molti viaggiatori scelgono di proseguire a piedi in questo tratto. Negli ultimi anni, diverse iniziative di turismo sostenibile hanno portato alla nascita di piccole strutture ricettive per viaggiatori interessati a conoscere più da vicino la vita e la cultura locale.
I monti Fan costituiscono la parte più elevata dei monti Zeravshan, nell’Asia centrale. Si trovano nell’angolo nord-occidentale del Tagikistan, nella provincia di Sughd, estendendosi fino al confine con l’Uzbekistan. Sono compresi tra la catena degli Zeravshan, a nord, e i monti Hisor a sud. Molte sono le cime che superano i 5.000 metri: il Chimtarga, vetta più alta con 5.489 metri, il Bodchona (5.138 m), il Čapdara (5.050 m), la Bol’šaja Ganza (“grande Ganza”, 5.306 m), la Malaja Ganza (“piccola Ganza”, 5.031 m), il Mirali (5.132 m) e l’Ėnergija (5.120 m).
Secondo le leggende locali, in tempi antichi un fabbro viveva nella valle con sette bellissime figlie. La più giovane catturò il cuore di un sovrano locale che, nonostante l’età, desiderava sposarla. La fanciulla rifiutò e impose al sovrano un compito apparentemente impossibile: costruire un palazzo d’oro in quaranta giorni. Il sovrano, spinto dall’amore, riuscì nell’impresa, ma la giovane scelse un destino tragico il giorno del matrimonio, gettandosi dal tetto del palazzo. Dal punto in cui cadde nacque il lago di Nezhigon, il più bello dei sette, mentre le lacrime delle sue sorelle originarono gli altri sei laghi.
Il lago Nofin presenta una forma decisamente anomala: si estende per oltre 2,5 chilometri di lunghezza e appena 200 metri di larghezza. Sorge a 1.820 metri di altitudine e il nome Nofin è traducibile come “cordone ombelicale”, probabilmente in riferimento alla sua forma allungata.
«Un piccolo villaggio si trova all’estremità del lago ed è con una di queste famiglie che trascorreremo la notte…»



Una notte nelle comunità del Pamir-Alaj.
Abbiamo trascorso una notte con la famiglia Jumaboi tra i monti Fan, vivendo la loro quotidianità e avvicinandoci alle tradizioni del Tagikistan. Condividere il pasto serale, il tè e le conversazioni seduti sul pavimento della loro casa ci ha permesso di osservare da vicino gesti e abitudini delle comunità delle montagne del Pamir-Alaj, dove ospitalità e quotidianità coincidono ancora.
Il matrimonio in Tagikistan è un momento che coinvolge intere famiglie e villaggi, con usanze che variano tra zone rurali e città. Gli sposi sono spesso molto giovani: le ragazze possono sposarsi già a 18 anni, i ragazzi poco dopo, quando hanno i mezzi per mantenere la casa. In campagna sono diffusi i matrimoni combinati, decisi dalle famiglie sulla base di affinità e stabilità economica, mentre nelle città si va sempre più verso scelte libere. I festeggiamenti durano diversi giorni e includono danze in cerchio, canti accompagnati dal doira e banchetti con plov, montoni arrostiti e dolci al miele. Le donne intrecciano elaborate acconciature per la sposa, che indossa abiti rossi o verdi decorati con fili d’oro, mentre lo sposo porta un cappotto chapan ricamato. Si organizzano rituali come il taglio dei capelli della sposa o la benedizione dei genitori prima dell’ingresso nella nuova casa. Gli ospiti portano doni utili come stoviglie, tappeti e tessuti, mentre i vicini contribuiscono con cibo o animali destinati alla nuova famiglia.
La cucina tagika è fatta di sapori intensi, profondamente legati alla vita contadina e montana. Tra i piatti più rappresentativi c’è il damlama, uno stufato preparato con carne, patate, cipolle, carote e cavoli, cucinati lentamente in una pentola di terracotta o di metallo spesso sul fuoco. Gli ingredienti vengono disposti a strati e lasciati cuocere senza mescolare, in modo che ogni sapore si amalgami naturalmente. Il damlama si gusta durante feste, matrimoni o visite importanti, servito con pane fresco e tè caldo, diventando simbolo di ospitalità e generosità. La preparazione richiede pazienza: le carote e le patate devono essere tagliate in modo uniforme, la carne scelta con cura e il fuoco mantenuto costante. Nei villaggi spesso le famiglie si aiutano a vicenda nella preparazione, condividendo utensili, ingredienti e tempo trascorso attorno al fuoco, mentre i bambini si muovono tra pentole e tavoli osservando il lavoro degli adulti.
Vita quotidiana e identità sociale in Tagikistan.
In Tagikistan il ruolo delle donne cambia molto tra città e villaggi. Nelle campagne si alzano all’alba per accudire animali, impastare pane nel tandir, coltivare orti e tessere tappeti. Nelle città invece studiano e lavorano come insegnanti, medici o impiegate, cercando un equilibrio tra modernità e tradizione. La barba negli uomini è un tema delicato: nelle aree rurali gli anziani con barbe lunghe e bianche sono considerati figure rispettate all’interno della comunità. In città invece la lunghezza della barba è soggetta a restrizioni e le autorità scoraggiano gli uomini sotto i 60 anni dal portare barbe lunghe, misura pensata per limitare simboli religiosi troppo visibili. Per questo motivo i giovani mostrano spesso volti rasati o barbe corte e curate, mentre chi supera i 60 può finalmente portare la barba come segno di maturità e autorevolezza, distinguendosi dagli adulti più giovani e diventando riferimento per la comunità.
Dormire tra i monti Fan è stata un’esperienza intensa, tra villaggi isolati e paesaggi d’alta quota. I bambini correvano liberi tra cortili di pietra e sentieri, e nostro figlio si è subito unito a loro, divertendosi a cavalcare asinelli e a giocare tra corse e risate spontanee. Le donne del villaggio cucinavano all’aperto, preparando pane e piatti locali sul fuoco, mentre gli uomini lavoravano nei campi o accudivano gli animali. La notte trascorsa sotto le stelle, con il vento che muoveva le tende e i suoni lontani degli animali, restituiva il silenzio e l’isolamento tipici dei villaggi d’alta quota. Ogni gesto condiviso, dal lavoro nei campi ai giochi dei bambini, mostrava la misura di una vita montana essenziale e regolata dalle stagioni. Nei villaggi d’alta quota del Tagikistan, la vita scorre secondo cicli modellati dal clima, dalle tradizioni e da una comunità che si regge sulla solidarietà.





Marguzor e l’alta Valle del fiume Shing.
Marguzor è il più grande e, per molti viaggiatori, il più affascinante dei Sette Laghi. Per raggiungerlo si prosegue lungo una strada tortuosa per oltre due chilometri dal lago Khurdak, salendo fino a un’altitudine di 2.140 metri. Le ampie superfici d’acqua blu, incorniciate da montagne imponenti, cambiano colore e riflessi nel corso della giornata. Sulle sue rive sono stati rinvenuti petroglifi attribuiti ai primi abitanti della valle e alcune testimonianze indicano che in epoca medievale la zona fosse utilizzata per l’estrazione di pietre. Un piccolo villaggio sulla sponda meridionale del lago è ancora abitato e le famiglie del posto continuano a tramandare leggende legate a Marguzor.
Il tragitto dal lago Nofin al sesto lago è un’avventura vera, tra piste sterrate e tratti ripidi di montagna dove ogni curva apre su scenari differenti. Il percorso può essere affrontato soltanto con un 4x4: massi, pozzanghere profonde e pendenze improvvise rendono il viaggio parte integrante dell’esperienza. Il ritmo lento del fuoristrada permette di osservare il progressivo cambiamento del paesaggio, dai prati verdi ai pendii rocciosi che anticipano il sesto lago. Fermarsi lungo il tragitto diventa quasi inevitabile: fiumi, boschi e creste montuose restituiscono la sensazione di trovarsi in una delle aree più isolate dei monti Fan.
Hazorchashma, il più alto dei Sette Laghi, si trova a circa 2.400 metri di altitudine ed è il secondo per dimensioni, quasi pari a Marguzor. Il suo nome significa “mille sorgenti”, riferimento alle numerose fonti che lo alimentano sia in superficie sia nel sottosuolo. È l’ultimo lago della gola del fiume Shing: oltre questo punto restano soltanto i monti Fan nella loro forma più aspra e selvaggia.









Sotto le stelle della Fortezza di Rémy.
16.08.2025 | «Questa sera saremo accolti da Rémy. La sua famiglia ha origini antichissime e la sua casa, raggiungibile solo a piedi, è dispersa tra i Monti Fan.»
Arrivati a casa della famiglia Fayziddin siamo stati accolti con un gesto di grande ospitalità: ci attendeva una tavola ricca, piena di frutta secca, noci, mandorle, dolci locali e biscotti. In Tagikistan l’accoglienza è un valore radicato: ogni alimento, anche il più semplice, è preparato per trasmettere rispetto, gratitudine e cura. Sedersi a questa tavola significa entrare in un rituale che lega ospiti, famiglia e villaggio, mostrando quanto la comunità e la convivialità siano centrali nella vita quotidiana. L’ospitalità tagika è un’espressione profonda della cultura del Paese, fondata su generosità e accoglienza. Gli ospiti sono considerati una benedizione e vengono accolti con grande onore. Il padrone di casa offre il meglio di ciò che possiede, anche a scapito del proprio benessere. Durante i pasti l’ospite siede nel posto più prestigioso e viene servito per primo. È comune che le famiglie aprano le porte anche a sconosciuti, seguendo l’antico principio islamico e centroasiatico della sacralità dell’ospite.
Il tè in Tagikistan non è solo una bevanda, ma un rito di accoglienza e comunicazione: servito caldo e forte, spesso in bicchieri di vetro o piccole tazze, accompagna ogni incontro, dai villaggi montani alle case in città. Prepararlo richiede attenzione: l’acqua deve bollire lentamente, le foglie si scelgono con cura e ogni gesto ha un significato, dall’inclinare il bicchiere al primo sorso. Offrire tè è un segno di rispetto e amicizia, e rifiutarlo può essere percepito come scortesia. Nei villaggi il tè si gusta con pane caldo, dolci locali o frutta secca, mentre le conversazioni si alternano a lunghi momenti di silenzio. Per un bambino, entrare in una casa tagika significa osservare da vicino gesti, abitudini e relazioni molto diverse da quelle occidentali, imparando attraverso l’esperienza diretta e la condivisione quotidiana.
L'eredità sogdiana di Varu.
Tra noci, tabacco e tazze di tè, il persiano Rémy ha condiviso la storia che sto per raccontarvi…
Il villaggio di Varu ha una storia che affonda le radici in tempi lontanissimi. Sebbene l’attuale villaggio risalga a circa 500 anni fa, le origini di questa terra vanno molto oltre. È un luogo che ha visto passare popoli, civiltà e dominazioni.
Già nel 2000 a.C. queste valli erano abitate dai Sogdiani, una delle popolazioni più influenti dell’antichità. Furono loro a costruire i primi insediamenti e cinque fortezze, destinate a controllare e amministrare il territorio attraverso i traffici della Via della Seta. Tra il VII e l’VIII secolo, l’arrivo degli Arabi costrinse i Sogdiani a ritirarsi, lasciando le fortezze a decadere progressivamente. Le mura crollarono lentamente, i sentieri si confusero con la roccia e la vegetazione riprese spazio. La memoria di Varu sopravvisse solo nei racconti tramandati e per secoli, il villaggio rimase abbandonato, riconoscibile solo dai resti delle fortificazioni e dalle tracce lasciate nella roccia.
Cinquecento anni fa Abduh Samad, un lontano antenato della famiglia di Rémy, si trasferì dal nord del Tagikistan a Bukhara per studiare. Carovaniere di professione, avviò un’attività commerciale che lo portò a organizzare rotte verso l’Afghanistan e, durante i suoi viaggi, era solito fermarsi tra i monti Fan per concedere riposo alla carovana. Queste montagne, aspre e selvagge, custodivano per lui un legame più profondo: i resti del villaggio dei suoi antenati. Dopo anni di ricerche, riuscì a individuare il sito di Varu e decise di stabilirvisi con la famiglia. Così, dopo secoli di abbandono, la vita tornò a scorrere a Varu. Da quel momento la famiglia di Abduh Samad divenne parte integrante della storia del villaggio, contribuendo alla sua rinascita e alla sua continuità fino ai giorni nostri.
Ma torniamo al presente. Trent’anni fa Rémy decise di lasciare il villaggio di Varu e costruire la propria casa sulle montagne che lo sovrastano. Mentre zappava il terreno per ricavare un orto, iniziò a fare scoperte inattese: emersero antichi strumenti agricoli e frammenti di ceramica. Spinto dalla curiosità, continuò a scavare e, con il tempo, portò alla luce le fondamenta di un’antica fortezza sogdiana, rimaste sepolte per secoli. Oggi queste strutture sono ancora visibili e, con un po’ di immaginazione, è possibile intuire la disposizione degli ambienti e degli edifici in relazione ai movimenti del sole, elemento centrale nella simbologia zoroastriana. Per i Sogdiani, seguaci dello Zoroastrismo, il fuoco e la luce rappresentavano infatti principi sacri legati all’ordine cosmico.
L’ospitalità di Rémy, che ci ha accolti come parte della sua famiglia, ci ha permesso di vivere non solo una notte in un luogo speciale, ma di entrare in contatto con le radici più profonde di questa terra, che ancora oggi conserva le tracce di civiltà millenarie.
Varu, un villaggio tra le montagne della Via della Seta.
Il villaggio di Varu è noto per la sua architettura tradizionale e per una storia che attraversa i secoli. Le case, costruite in pietra locale e legno, sono disposte a terrazze sui pendii per sfruttare lo spazio e l’esposizione solare. Molte abitazioni hanno più di duecento anni e vengono tramandate di generazione in generazione. La comunità è composta da poche centinaia di famiglie che vivono principalmente di agricoltura e allevamento. Nelle stagioni calde si coltivano grano, patate e noci mentre durante l’inverno la vita si concentra nelle case, dove si lavora la lana e si tessono tappeti.
La lingua parlata è il tagico, con influssi dialettali locali, e molte tradizioni sociali restano vive: matrimoni, feste religiose e celebrazioni comunitarie sono momenti in cui il villaggio si ritrova e si riconosce come comunità. Nonostante l’isolamento geografico e le risorse limitate, gli abitanti mantengono una forte identità locale, fondata sulla cooperazione, sulla continuità delle pratiche agricole e sulla trasmissione del sapere artigianale.
La scuola del villaggio è piccola, ma svolge un ruolo centrale nella vita dei bambini, spesso chiamati a conciliare lo studio con il lavoro nei campi e l’aiuto alle famiglie. La storia di Varu è segnata dai legami con i villaggi vicini e dalle antiche vie di comunicazione con Panjakent, che nel corso dei secoli hanno favorito scambi economici e culturali. Varu è infatti situato lungo uno dei tradizionali percorsi di collegamento tra Panjakent e le valli interne, un passaggio che ha reso il villaggio parte di una rete più ampia di relazioni e contatti. Visitare Varu in famiglia permette anche ai bambini di confrontarsi con una vita essenziale, scandita dal lavoro agricolo, dalla cooperazione e da un rapporto continuo con la montagna.
Le sfide del Tagikistan contemporaneo.
Il Tagikistan è uno dei Paesi economicamente più fragili dell’Asia centrale, con una parte significativa della popolazione che vive in condizioni di estrema povertà. Le aree rurali risultano le più esposte: le infrastrutture sono limitate, l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione resta diseguale e il reddito medio delle famiglie è basso. L’economia nazionale dipende in larga misura dalle rimesse dei lavoratori emigrati, soprattutto in Russia, che rappresentano una quota rilevante del PIL. Senza questo sostegno molte famiglie non riuscirebbero a sostenere spese essenziali come alimentazione e istruzione. A rendere più fragile il quadro contribuisce la conformazione geografica del Paese: gran parte del territorio è montuoso e solo una porzione ridotta è adatta a coltivazioni intensive, costringendo molte comunità a un’economia di sussistenza e ampliando il divario tra città e campagne. Inoltre, l’accesso alle cure mediche rimane problematico: i presìdi sanitari locali sono spesso carenti di attrezzature e medicinali, e nelle zone più remote raggiungere un ospedale può richiedere ore di viaggio.
L’insicurezza alimentare è diffusa: in inverno, quando i raccolti non bastano, le famiglie si affidano alle scorte o all’aiuto dei parenti emigrati. Le politiche statali puntano su grandi progetti idroelettrici e sul rafforzamento dei collegamenti regionali, ma i benefici faticano a raggiungere le comunità più isolate. Nonostante gli sforzi di organizzazioni internazionali e programmi statali, il divario tra città e campagne resta marcato e la vulnerabilità economica rimane un tema centrale: senza riforme strutturali il Paese rischia di rimanere dipendente dalle rimesse, con una popolazione sempre più esposta a crisi economiche e climatiche.






Iskanderkul, il lago di Alessandro Magno.
Il viaggio da Voru a Iskanderkul attraversa uno degli scenari naturali più significativi del Tagikistan, dove paesaggi montani, laghi e vallate si alternano lungo il percorso. Partendo da Voru si risale progressivamente verso quote più elevate. Lungo la strada il panorama è segnato dalle cime dei monti Fan, dalle gole profonde scavate dall’acqua e da una successione di boschi di conifere e pascoli. Non mancano piccoli villaggi montani, distribuiti lungo le valli laterali e legati a un’economia di sussistenza.
Avvicinandosi a Iskanderkul, il paesaggio cambia: il lago appare improvvisamente, con acque turchesi racchiuse da rilievi scoscesi. Iskanderkul è considerato uno dei principali monumenti naturali del Tagikistan ed è situato sul versante settentrionale dei monti Fan, nella parte meridionale della provincia di Sughd. Il nome “Iskanderkul” deriva da “Iskander”, forma orientale del nome Alessandro, e da “kul”, termine turco che significa lago.
La traduzione più comune è quindi “Lago di Alessandro”. Non esistono prove storiche di una presenza diretta di Alessandro Magno, ma diverse leggende locali collegano il suo nome a questo luogo. Una di queste racconta che, durante le campagne in Sogdiana e Battriana, un villaggio di montagna si oppose alla sua avanzata e che la deviazione delle acque avrebbe causato l’inondazione dell’insediamento, dando origine al lago. L’acqua di Iskanderkul è molto fredda e la temperatura cala rapidamente già a pochi metri dalla riva, ma nei mesi estivi alcuni visitatori si immergono comunque. Le sponde del lago sono circondate da rilievi elevati, con una vegetazione rada tipica degli ambienti alpini. Sulle rive è presente un piccolo insediamento risalente all’epoca sovietica, oggi utilizzato soprattutto come località di villeggiatura estiva dagli abitanti di Dushanbe e delle aree circostanti.
Attorno a Iskanderkul il paesaggio dei monti Fan cambia ancora una volta: dopo i villaggi isolati della valle del fiume Shing, il lago introduce a un ambiente più aperto, dominato dall’acqua, dal vento e dalle ampie vallate d’alta quota.
Un monumentale Vladimir Il'ič Lenin.
Lungo le strade del Tagikistan è comune imbattersi in piccoli banchetti improvvisati o in ceste di frutta disposte con cura dai contadini locali. Le famiglie coltivano orti e frutteti e, durante la stagione della raccolta, offrono mele, albicocche, uva o melograni ai viaggiatori di passaggio. Fermarsi lungo la strada per acquistare frutta appena raccolta permette di entrare facilmente in contatto con le famiglie del posto, tra assaggi, sorrisi e brevi scambi in tagico o russo.
In Tagikistan l’agricoltura occupa un ruolo centrale sia nell’economia sia nella struttura sociale del Paese. Il settore impiega una quota rilevante della popolazione: secondo dati ufficiali, circa il 46,5% degli occupati lavora in ambito agricolo. Molti di coloro che vendono frutta lungo le strade fanno quindi parte di un sistema produttivo che rappresenta una componente essenziale del sostentamento nazionale.
Accanto a queste scene di quotidianità agricola, il paesaggio conserva segni evidenti della storia recente. Dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la maggior parte delle statue e dei busti di Lenin presenti sul territorio tagiko è stata rimossa. Uno dei pochi monumenti rimasti è visibile nei dintorni di Istaravshan. Si tratta di uno dei più grandi busti di Lenin del Paese e, per dimensioni, di uno dei più imponenti a livello mondiale.
Il monumento raffigura Lenin con un braccio teso, gesto simbolico della guida verso il futuro secondo l’iconografia sovietica. Realizzato a metà degli anni Sessanta da uno scultore lituano attivo a Khujand, il busto venne inaugurato nel 1965 in occasione dell’apertura del bacino idrico di Kattasay, tuttora una risorsa fondamentale di acqua dolce per la regione. Durante l’epoca sovietica il monumento svolgeva anche una funzione simbolica e pedagogica, diventando un punto di riferimento per cerimonie ufficiali, attività scolastiche e celebrazioni civili. Oggi resta come traccia tangibile di un passato politico e ideologico che continua a segnare il paesaggio e la memoria collettiva locale.
Per raggiungere il monumento bisogna salire 365 gradini, uno per ogni giorno dell’anno. Una salita lunga e faticosa che accompagna lentamente verso uno dei più monumentali busti dedicati a Vladimir Il'ič Ul'janov Lenin ancora esistenti.



E dopo le memorie sovietiche di Istaravshan, il Mausoleo Khazrati-Shokh, la moschea di Kok-Gumbaz
e i mercati contadini di Khujand…
il nostro viaggio in Tagikistan è proseguito tra vallate remote, antichi insediamenti sogdiani e cultura persiana.
Per ora la nostra guida si ferma qui, ma il nostro viaggio in famiglia continua.
Un viaggio capace di rafforzare i legami e diventare parte del percorso di crescita familiare.
Con la mia consulenza accompagno le famiglie nella creazione di itinerari pensati non solo per vedere il mondo, ma per attraversarlo insieme, con un’attenzione speciale ai bisogni educativi ed emotivi dei propri figli.
Vuoi che ogni viaggio diventi un’occasione di crescita e connessione familiare?
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