ARMENIA
· Un bicchiere di vino ai piedi dell’Ararat ·
L’Armenia è un paese di grande forza visiva: montagne aspre, altipiani, monasteri isolati e khachkar scolpiti nella pietra come segni di resistenza. Di questo parlano quasi tutti i viaggiatori. Molto meno si racconta, invece, della relazione quotidiana con le persone, di una gentilezza misurata e diretta, di una disponibilità che non chiede nulla in cambio. È una mitezza che nasce da secoli di sopravvivenza, da una storia segnata da violenze, esodi ed eccidi.
Il pane lavash sempre condiviso, le danze, la musica popolare e il suono del duduk sono parte di una continuità culturale profonda. Tengono insieme la vita quotidiana e una memoria che non viene mai separata dal presente. Per gli armeni, infatti, la memoria non è un tema identitario astratto, ma una responsabilità collettiva. Il genocidio rappresenta una frattura netta, un prima e un dopo che continua a determinare il modo in cui il paese guarda a sé stesso e al mondo. Ignorarlo significa non comprendere davvero il contesto in cui ci si muove. Avvicinarsi a questa dimensione prima del viaggio aiuta a leggere il paese con maggiore consapevolezza. La masseria delle allodole non è un suggerimento letterario, ma uno strumento per comprendere come la memoria armena continui a trasmettersi attraverso le storie familiari.
«In quella lontana, solare giornata di maggio lei e i suoi famigliari, piccoli e grandi,
tutti sono stati giudicati, e trovati colpevoli di esistere: e Dio si è velato.»
Antonia Arslan, La masseria delle allodole
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IL NOSTRO ITINERARIO IN ARMENIA
DAY1 - Erevan | Cascade | Parco della Vittoria | Matenadaran
DAY2 - Memoriale del Genocidio Armeno | Moschea Blu | Kond & il tunnel pedonale | Piazza Libertà
DAY3 - Cattedrale di Zvartnots | Fortezza di Amberd | Chiesa di Vagramashen | Yerevan Wine Days
DAY4 - Arco di Charents & Monte Ararat | Tempio di Garni | Sinfonia delle Pietre | Monastero di Geghard
DAY5 - Khor Virap | Noravank | Momik Wine Cube | Areni-1 Cave
DAY6 - Caravanserraglio di Orbelian | Lago Sevan | Cimitero di Noraduz | Sevanavank
DAY7 - Matosavank | Parco nazionale di Dilijan | Monumento all’alfabeto armeno | Saghmosavank
Sis e Masis, le due cime dell'Ararat.
Come molte capitali dello spazio post-sovietico, Erevan non è una città che si lascia comprendere immediatamente. È un luogo che richiede tempo, attenzione e una certa disponibilità all’osservazione. La sua bellezza non è immediata né spettacolare: emerge nei materiali, nella coerenza delle proporzioni, nella continuità della pietra. Erevan è una città compatta, leggibile, a misura d’uomo, un’autentica sinfonia di pietra (..scopriremo il perché nei prossimi giorni).
La Cascade è l’opera che meglio racconta questa personalità. L’enorme gradinata in pietra rosata scende verso un giardino punteggiato di sculture, aprendosi sulla distesa urbana della città. Sullo sfondo, quando l’aria è limpida, compare il profilo dell’Ararat, con i due coni di Sis e Masis che emergono in modo netto, quasi a stabilire un rapporto diretto tra città e territorio: la Cascade aiuta a comprendere la geografia simbolica dell’Armenia. Ogni livello è scandito da terrazze, bassorilievi e richiami alla tradizione armena, in un dialogo continuo tra passato e presente. Salire è un modo per prendere progressivamente le misure della città: in cima, Erevan si apre in tutta la sua ampiezza, ordinata e compatta, come se avesse bisogno di essere osservata dall’alto per essere compresa. Il complesso nasce dal piano urbanistico di Alexander Tamanyan, che ridisegnò Erevan nel periodo sovietico, ma venne completato solo nei primi anni Duemila grazie al mecenatismo di Cafesjian.
Proseguendo oltre la sommità della Cascade si raggiunge il monumento al cinquantesimo anniversario della Repubblica Socialista Sovietica Armena, da cui si apre una delle viste più ampie sull’area urbana e sull’Ararat. Il monumento utilizza simboli precristiani armeni: la foglia dorata richiama l’albero della vita urartiano, presente anche nei rilievi di Persepoli. Un richiamo esplicito a una continuità culturale che precede il cristianesimo e attraversa i secoli. Attraversando la strada si entra nel Parco della Vittoria, uno spazio che unisce lunapark d'epoca e memoriali dedicati ai caduti sovietici in Afghanistan. Il percorso conduce alla statua della Madre Armenia, che domina la città dall’alto. Realizzata su un basamento progettato da Rafael Israelyan, la figura sostituisce una precedente statua di Stalin. Il volto è quello di una giovane donna incontrata casualmente dallo scultore: una scelta che trasforma un simbolo di potere in una presenza materna, umana, Madre Armenia.







Il Genocidio negato del Popolo Armeno.
"Un giorno, al liceo di Istanbul, la prof ci annunciò che avremmo visto un documentario in classe. Il titolo recitava: «Il Genocidio degli armeni: la grande bugia»". Questo breve ricordo di uno studente armeno è sufficiente a restituire la natura del negazionismo istituzionale che, ancora oggi, circonda il genocidio armeno. Nonostante nel 2021 gli Stati Uniti abbiano ufficialmente riconosciuto il genocidio, la Turchia continua a negare i massacri su base etnica che portarono alla morte di oltre un milione e mezzo di persone, abbandonate a marce estenuanti nel deserto.
Arresti e deportazioni furono compiuti in larga parte dai Giovani Turchi. Le cosiddette marce della morte coinvolsero circa 1.200.000 persone: centinaia di migliaia morirono per fame, malattia e sfinimento. Il Memoriale del Genocidio Armeno sorge su una collina poco distante dal centro di Erevan. Il museo, essenziale ed evocativo, accompagna il visitatore lasciando che siano i dati, le testimonianze e lo spazio architettonico a costruire, senza mediazioni, un confronto diretto con la storia. Quello che chi arriva dall’esterno fatica a comprendere è la sofferenza di sentirsi ignorati, isolati, lasciati soli dopo essere sopravvissuti a uno sterminio. Da oltre un secolo.
Nel 2015, anno del centenario, gli armeni hanno scelto di ricordare non solo la morte e la distruzione, ma anche la vita che, nonostante tutto, ha continuato a rifiorire. Visitare questo luogo con un bambino non significa spiegare tutto, né trovare le “parole giuste” o formule rassicuranti. Significa accettare il silenzio e riconoscere che esistono eventi che non si possono semplificare. La memoria, in viaggio, diventa così un gesto educativo: non un racconto, ma una domanda che insegna come ricordare sia anche una forma di responsabilità.
Nel Regno di Urartu.
Per secoli Zvartnots è rimasta sepolta. Poi, all’inizio del Novecento, la sua riscoperta ha permesso di ricomporre le tessere di una storia complessa, che racconta la diffusione del cristianesimo in Armenia e l’evoluzione di un’architettura ecclesiastica senza reali equivalenti altrove. Zvartnots sorge nella piana di Echmiadzin, la città più sacra dell’Armenia, dove storia religiosa e paesaggio coincidono. Tra il 643 e il 652 il katholikos Nerses III, detto “il Costruttore”, fece edificare la Cattedrale di San Gregorio nel punto in cui la tradizione colloca l’incontro tra il re Tiridate III e San Gregorio Illuminatore. Fu Tiridate a proclamare il cristianesimo religione di Stato nel 301, facendo dell’Armenia il primo paese cristiano della storia. La cattedrale ebbe però vita breve. Nel 930 un violento terremoto la distrusse completamente. Per quasi mille anni rimase sepolta, anche se la memoria del luogo non si spense mai del tutto. Gli scavi condotti tra il 1900 e il 1907 riportarono alla luce le fondamenta della cattedrale e i resti del palazzo del katholikos, restituendo al mondo un documento unico. Per l’Unesco, Zvartnots rappresenta l’apice dell’età dell’oro dell’architettura armena, nell’alto medioevo, per qualità costruttiva e raffinatezza decorativa.
Prima ancora del cristianesimo, questa piana era già parte di una geografia culturale legata all’eredità dell’antico regno di Urartu, esteso tra l’attuale Armenia orientale e la Turchia. Il nome Urartu, attribuito dagli Assiri, significava “paese di montagna”. È su questo passato urartiano che, secoli dopo, si innesterà la nascita dell’Armenia cristiana. Un’eredità profonda e organizzata che offrirà al nuovo orizzonte religioso un territorio e una cultura del sacro.
Armenia, alle origini della viticoltura.
Nel 2011 un gruppo di archeologi guidato da Boris Gasparyan ha scoperto, nella regione montuosa di Vayots Dzor, quella che oggi è considerata la più antica cantina del mondo: un complesso risalente a circa 6.100 anni fa. All’interno della grotta sono emerse una pressa per la pigiatura a piedi dell’uva e grandi contenitori in terracotta, i karas, utilizzati sia per la vinificazione sia per la conservazione del vino. Il ritrovamento di raspi e vinaccioli ha confermato che proprio in questo luogo si svolgevano alcune delle prime pratiche enologiche conosciute. Non è un caso che la tradizione armena colleghi queste origini a un racconto ancora più antico. Secondo la Genesi, dopo il diluvio Noè piantò la prima vigna alle pendici del monte Ararat, segnando il passaggio dalla semplice sopravvivenza a una vita che si organizza attorno alla vite. Un riferimento simbolico che in Armenia trova una continuità concreta: molte vigne del paese sono ancora oggi prefillossera, cresciute su piede franco, senza innesti, come avviene solo in pochissime aree del mondo.
Yerevan Wine Days, il principale festival del vino armeno, nasce proprio per raccontare questa continuità. L’evento mira a valorizzare il patrimonio vitivinicolo nazionale e a renderlo riconoscibile anche fuori dai confini del paese. Il suo emblema è un karas decorato con un’iscrizione cuneiforme del re Argishti I di Urartu, a ricordare che, in Armenia, il vino è da sempre parte della storia, del paesaggio e dei gesti quotidiani.
Il culto di Mihr e l’eredità ellenistica.
Il tempio di Garni è l’unico tempio greco-romano colonnato conservato in Armenia. Realizzato in stile ionico e situato nel villaggio omonimo, rappresenta il simbolo più noto dell’Armenia pre-cristiana. L’edificio fu probabilmente fatto costruire nel I secolo d.C. da re Tiridate I e dedicato a Mihr, divinità solare della mitologia armena, influenzata dallo zoroastrismo ed equivalente al Mithra romano. Mihr era considerato il dio patrono della monarchia armena, e Tiridate, come altri sovrani, gli era particolarmente legato. Alcuni elementi rafforzano questa lettura: a breve distanza dal tempio sono stati rinvenuti frammenti marmorei, tra cui zoccoli di toro, forse appartenenti a una raffigurazione del dio, spesso rappresentato nell’atto di combattere un toro. Secondo alcuni studiosi non si trattava di un tempio, bensì di una tomba, ipotesi che potrebbe spiegare la sua sopravvivenza alla distruzione sistematica delle strutture pagane.
Sulla strada per Garni, nei pressi del villaggio di Vokhchabert, un doppio arco in pietra domina una collina. È l’Arco di Charents, progettato dall’architetto Rafael Israelyan e dedicato al poeta Yeghishe Charents, che considerava questo punto uno dei suoi luoghi di ispirazione privilegiati. La presenza del monte Ararat sullo sfondo richiama uno dei riferimenti simbolici più profondi della cultura armena: il monte dell’Arca, legato al passo della Genesi, in cui si racconta che l’arca di Noè si posò “sui monti dell’Ararat”. Più che a una cima precisa, il testo biblico sembra riferirsi a un’intera regione montuosa, luogo da cui, secondo la tradizione, la vita riprese dopo il diluvio.
In questo contesto, la Bibbia affiora come fonte storica e culturale, e, indipendente dalla fede, diventa uno strumento per accompagnare un bambino a osservare come alcuni antichi racconti abbiano contribuito a dare forma ai paesaggi e al modo in cui li attraversiamo ancora oggi.




La Sinfonia del fiume Goght.
Il monastero di Geghard è in parte scavato nella montagna che lo protegge e lo contiene. Non è un dettaglio architettonico, ma una scelta che racconta il rapporto profondo tra fede e paesaggio. Il complesso è entrato nella lista dei Patrimoni dell’Umanità UNESCO nel 2000, ma la sua storia inizia molto prima. Secondo la tradizione, fu fondato nel IV secolo da San Gregorio l’Illuminatore accanto a una sorgente considerata sacra, all’interno di una grotta. Da questo legame nasce il primo nome del luogo, Ayrivank, “il monastero della grotta”. Il nome con cui il monastero è conosciuto oggi, Geghard, significa “monastero della lancia”. Secondo una tradizione antica della Chiesa armena, una lancia legata alla Passione di Cristo sarebbe stata portata in Armenia dall’apostolo Taddeo e custodita per secoli in questo luogo, insieme ad altre reliquie. Anche se oggi la lancia non si trova più nel complesso, il racconto continua a dare senso al luogo, rendendolo uno dei simboli più forti dell’Armenia cristiana. La chiesa principale, Katoghike, costruita nel 1215, è addossata alla montagna, con una pianta compatta e una cupola essenziale. Le decorazioni esterne parlano un linguaggio simbolico diretto: melograni e grappoli d’uva scolpiti sul portale, colombe rivolte verso l’ingresso, un leone che afferra un bue come segno di potere e protezione.
Poco distante, la gola del Garni. Le pareti di basalto scendono verticali verso il fiume Goght e formano quella che viene chiamata “Sinfonia delle Pietre”. Le colonne sembrano canne d’organo sospese, regolari, quasi intenzionali, anche se nate da un lento processo naturale. Camminando lungo il fondo della gola, il suono dell’acqua accompagna lo sguardo. Non serve entrare nei dettagli geologici con un bambino per comprenderne la forza. Basta osservare come la roccia si sia organizzata in colonne regolari, come se qualcuno le avesse allineate una a una, e lasciare che sia la curiosità a fare il resto. Visitare Geghard e la gola del Garni con un figlio significa offrire due esperienze diverse ma complementari: una storia fatta di racconti tramandati e una natura che parla attraverso le forme. E in mezzo, la possibilità di fermarsi, ascoltare una semplice domanda, e provare a rispondere anche senza avere una risposta completa, lasciando spazio al dubbio, all’ascolto. Perché a volte crescere insieme significa imparare che non tutto va compreso, né necessariamente spiegato.





Areni, la culla della vinificazione armena.
La regione di Vayots Dzor è una delle aree più rappresentative della viticoltura armena. Un territorio aspro, segnato da montagne spoglie e da un paesaggio che colpisce per essenzialità. I vigneti si trovano in quota, tra i 1.200 e i 1.400 metri, e crescono in condizioni particolari che hanno permesso alla regione di rimanere indenne dalla fillossera. Questo ha consentito la conservazione di un patrimonio di vitigni autoctoni antichi, e tra questi il più rappresentativo è l’Areni, vitigno a bacca rossa che prende il nome dall’omonimo villaggio e che oggi è considerato il simbolo stesso del vino armeno. Nel villaggio di Areni, ai piedi delle montagne, si trova Momik Wines, una piccola realtà a conduzione familiare che racconta bene questo legame tra vigna e tradizione. L’esperienza proposta è semplice e autentica: vino, cibo locale e tempo condiviso. Accanto alla degustazione, la famiglia introduce anche alla lavorazione delle khachkar, le tradizionali croci di pietra armene, parte del paesaggio culturale quanto i vigneti. La sala di degustazione è costruita all’interno del vigneto e nasce da un’idea chiara: seguire il percorso dell’uva dalla terra alla bottiglia. Le uve sono coltivate direttamente da Nver Mnatsakanyan, proprietario di Momik Wines, mentre la vinificazione avviene in collaborazione con una cantina locale. Una scelta consapevole, che nasce dalla convinzione che la cooperazione permetta di crescere senza snaturare il lavoro. Come racconta Nver, l’obiettivo non era solo migliorare il vino, ma creare le condizioni per accogliere persone provenienti da lontano, condividere il proprio prodotto e vedere le bottiglie di Areni trovare spazio anche fuori dalla valle. È in incontri come questi che Vayots Dzor smette di essere solo una regione vinicola e diventa un luogo fatto di volti, fatica e condivisione.
Diario di viaggio. Areni, 09.06.2024
«Questa sera siamo stati ospiti di una famiglia armena in un villaggio di confine con la Repubblica Autonoma di Naxçivan. Un’esperienza preziosa per avvicinarsi a un Paese piccolo, piccolissimo: meno di trentamila chilometri quadrati per tre milioni di abitanti che convivono ancora con un passato irrisolto. Un popolo carico di memoria. Una terra di pietra. Una comunità fatta di commercianti poliglotti, viaggiatori, poeti, mistici e di contadini di una dignità ammirevole.
Nel pomeriggio abbiamo condiviso con Gohar i gesti della preparazione del pane, e la cena è stata accompagnata dalle canzoni di Lia. Sulla tavola, un vino autentico, fatto con le mani di chi cura la vigna e ne offre con orgoglio il risultato a chi arriva fino al loro casolare. L’emozione era forte. Paolo e Mattia hanno lasciato spazio a qualche lacrima di gioia: la gioia di condividere pensieri, sorrisi e ricordi con una famiglia armena. La gioia di vedere nostro figlio accolto tra braccia amiche, da persone capaci di trasmettere in poco tempo il senso più vero dell’ospitalità.
Sono momenti come questo a ricordarci perché continuiamo a viaggiare, e quanto esperienze simili contribuiranno alla crescita di nostro figlio, costruendo un bagaglio umano difficilmente replicabile in altri contesti.
E tra una voce e l’altra, abbiamo cantato “Bella Ciao”.
Una Bella Ciao che difficilmente dimenticheremo.»


E dopo il villaggio di Areni, il caravanserraglio di Orbelian, le acque del lago Sevan e le khachkar di Noraduz…
il nostro viaggio in Armenia è proseguito all’insegna della condivisione, di un bicchiere di vino e di un pezzo di pane appena sfornato.
Per ora la nostra guida si ferma qui, ma il nostro viaggio in famiglia continua.
Un viaggio capace di rafforzare i legami e diventare parte del percorso di crescita familiare.
Con la mia consulenza accompagno le famiglie nella creazione di itinerari pensati non solo per vedere il mondo, ma per attraversarlo insieme, con un’attenzione speciale ai bisogni educativi ed emotivi dei propri figli.
Vuoi che ogni viaggio diventi un’occasione di crescita e connessione familiare?
Scopri come il progetto Genitorialità di Viaggio può trasformare le tue esperienze in momenti di cura e scoperta condivisa.

