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MOLDAVIA

· Libera, come la musica di un violino zigano ·

IL NOSTRO ITINERARIO IN MOLDAVIA

DAY1 - Chișinău | Central Market | Ciuflea Monastery | Eternitate Memorial Complex | Valea Morilor Park
DAY2- Orheiul Vechi | Peștera Cave Monastery | Butuceni | Curchi Monastery | Château Vartely
DAY - Soroca | Soroca Fortress | Roma Hill | Candle of Gratitude

DAY4 - Arta Rustica | Petru Costin Gallery | Mileștii Mici Winery

Un viaggio in Moldavia restituisce un quadro complesso della memoria post-sovietica, osservabile tanto nelle forme urbane di Chișinău quanto nei territori più periferici. La capitale, con i suoi monumenti celebrativi, le architetture socialiste e i luoghi di culto ricostruiti dopo l’indipendenza, mostra una città che stratifica passato e presente: un equilibrio in cui convivono il mercato popolare, la ritualità civica e
i tentativi di modernizzazione.

 

A Soroca, la fortezza, il quartiere rom e le testimonianze di figure come Artur Cerari raccontano la pluralità dei percorsi culturali dell’area, tra aspirazioni economiche e memorie familiari. Completano il viaggio i monasteri rupestri di Orheiul Vechi, la produzione vinicola di Milestii Mici e i musei etnografici della cultura contadina, elementi che contribuiscono a definire una Moldavia eterogenea, fatta di
continuità storiche e 
nuove forme identitarie.

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Chișinău, la capitale e la campagna.

A Chișinău i filobus scorrono lungo viali ereditati da un’epoca che immaginava una città diversa. Ai margini delle grandi arterie compaiono palazzi sovietici, cortili nascosti e chiese ortodosse sopravvissute alle trasformazioni del Novecento. Capitale della Moldavia, Chișinău si è sviluppata a partire da un piccolo insediamento documentato nel XV secolo lungo le principali vie commerciali della regione. Incendi, terremoti, guerre e ricostruzioni successive ne hanno modificato più volte l’aspetto, lasciando segni di epoche diverse che convivono ancora oggi a poca distanza l’una dall’altra. Le eredità dell’Impero Russo, il lungo periodo sovietico e le trasformazioni seguite all’indipendenza non si osservano in quartieri separati, ma spesso nello stesso isolato. Una cattedrale ottocentesca può affacciarsi su un grande viale progettato durante l’URSS, mentre poco distante sopravvivono case basse e cortili che ricordano una città molto diversa da quella immaginata dai pianificatori sovietici.

 

Per iniziare a comprenderla abbiamo scelto di partire da Piața Centrală. Tra i banchi del mercato, tra produttori arrivati dai villaggi e abitanti della capitale, emergono infatti alcune delle caratteristiche che ancora oggi definiscono la Moldavia: il legame con le campagne, la varietà delle influenze culturali e una dimensione rurale ancora profondamente radicata nella vita quotidiana del Paese. Il Mercato Centrale di Chișinău affonda le proprie radici nel XIX secolo, quando agricoltori e commercianti provenienti dai villaggi della regione raggiungevano la città per vendere i propri prodotti. L’assetto attuale, una distesa di padiglioni, tettoie metalliche e corridoi affollati, è cresciuto nel tempo seguendo le esigenze del commercio cittadino più che un progetto unitario. Tra i banchi si alternano formaggi freschi, conserve casalinghe, miele proveniente dalle regioni collinari e pasta fatta in casa venduta in semplici sacchetti trasparenti. Il brânză, uno dei formaggi più diffusi della tradizione moldava, resta una presenza costante sui banchi del mercato.

 

Una parte consistente del mercato è dedicata alla carne e al pesce, mentre nelle aree dedicate alla gastronomia compaiono molte delle preparazioni che accompagnano la cucina quotidiana del Paese. Tra i banchi è possibile incontrare alcuni dei piatti più rappresentativi della tradizione moldava. Le plăcinte, focacce ripiene di formaggio, patate o cavolo, vengono spesso vendute ancora calde. I sarmale, involtini di carne e riso avvolti in foglie di vite o cavolo, rappresentano una delle preparazioni più diffuse della cucina moldava. Il mămăligă, preparato a base di mais servito con formaggio e panna acida, resta invece uno degli alimenti più legati alla tradizione rurale del Paese. Più che in molti monumenti della capitale, è tra questi corridoi che emerge con chiarezza il rapporto tra Chișinău e la campagna circostante. Produttori arrivati dai villaggi, prodotti stagionali e preparazioni domestiche restituiscono l'immagine di una Moldavia nella quale il legame con le campagne continua a essere visibile anche nella vita della capitale.

Venditrice espone pesci vivi nelle vasche del Central Market di Chișinău.
Statua di Stefano il Grande vista di spalle nel centro di Chișinău.
Mamma e figlio passeggiano tra i banchi di frutta e verdura del Central Market di Chișinău.

Oltre il vetro dell’icona.

Una donna in abiti mimetici si inginocchia davanti a un’icona della Vergine. Si fa il segno della croce, sfiora il vetro con la mano e vi appoggia le labbra per alcuni istanti. Attorno a lei altre persone attendono in silenzio il proprio turno. Scene simili si osservano frequentemente all’interno del Monastero di Ciuflea e aiutano a comprendere quanto la tradizione ortodossa rimanga una presenza concreta nella vita quotidiana di molti cittadini moldavi.

 

Per la tradizione ortodossa l’icona è una finestra simbolica rivolta verso una realtà spirituale che il fedele ritiene presente oltre l’immagine stessa: accendere una candela, fare il segno della croce e baciare un’icona sono gesti profondamente radicati nella tradizione religiosa dell’Europa orientale.

 

Le origini del monastero risalgono alla metà del XIX secolo, quando i fratelli armeni Anastasie e Teodor Ciufli finanziarono la costruzione di una chiesa dedicata a San Teodoro Tirone. Attorno al luogo di culto si sviluppò progressivamente una comunità religiosa che avrebbe poi svolto un ruolo importante nella vita spirituale della città anche durante alcune delle fasi più complesse della storia moldava. L’architettura del complesso unisce elementi neobizantini e influenze tipiche dell’Europa orientale. Le pareti chiare e le cupole dorate ne fanno uno dei riferimenti più riconoscibili del paesaggio urbano di Chișinău, mentre all’interno l’iconostasi riccamente decorata introduce a un linguaggio visivo nel quale icone recenti convivono con opere restaurate provenienti da altre chiese della regione.

 

Nel cortile, tra la chiesa principale, le celle dei monaci e gli edifici destinati alla vita comunitaria, si osserva una realtà religiosa ancora pienamente inserita nella quotidianità della capitale. In una città che ha attraversato imperi, guerre, occupazioni e cambiamenti politici, il significato del monastero di Ciuflea emerge soprattutto nei gesti quotidiani dei suoi visitatori. Nel segno della croce di una donna davanti a un’icona sopravvive infatti una tradizione che continua ad accompagnare la vita di una parte significativa della società moldava.

«Да здравствует дружба народов СССР!»
Lunga vita all’amicizia dei popoli dell’URSS!

Nostro figlio si è fermato a lungo davanti alle statue sovietiche del Memoriale Eternitate. Non era interessato alla storia dell’Unione Sovietica né ai significati politici dei monumenti. A colpirlo erano soprattutto le dimensioni: soldati giganteschi scolpiti nella pietra, figure che avanzavano compatte, volti severi sospesi tra propaganda e memoria. Osservandolo, ci siamo chiesti se non fosse proprio questo l’effetto che questi monumenti erano stati progettati per produrre. L’architettura monumentale sovietica non cercava soltanto di commemorare o decorare lo spazio urbano. Doveva impressionare, trasmettere forza, rendere tangibile la presenza dello Stato attraverso proporzioni capaci di imporsi sullo spazio e sullo sguardo, colpire anche chi non ne conosce la storia.

 

Il Memoriale Eternitate è stato realizzato durante il periodo sovietico per commemorare i caduti della Seconda guerra mondiale e continua a essere il luogo simbolico delle celebrazioni del 9 maggio, il Giorno della Vittoria. L’intero complesso è costruito attorno a cinque pilastri in pietra rossa disposte a formare una stella. Al centro arde la fiamma eterna, simbolo della memoria dei caduti. L’insieme segue il linguaggio monumentale tipico dell’epoca sovietica: geometrie essenziali, grandi superfici e una composizione pensata per enfatizzare il significato collettivo del luogo. Ogni anno, il 9 maggio, migliaia di persone raggiungono il memoriale portando garofani e peonie da deporre accanto alla fiamma eterna. Tra i viali del complesso si incontrano spesso famiglie intere, con nonni, genitori e bambini che avanzano insieme verso il monumento perché, come dicono, “Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo”. Al di là delle diverse interpretazioni storiche e politiche, il memoriale resta uno dei luoghi nei quali il ricordo della guerra viene affidato alle generazioni successive.

 

Se il Memoriale Eternitate conserva il ricordo della guerra, nel Parco Valea Morilor il Novecento sovietico riaffiora attraverso uno dei suoi simboli più riconoscibili: Vladimir Il’ič Lenin. La statua di Lenin che si incontra nel Parco Valea Morilor non occupa più il centro della vita pubblica come durante l’epoca sovietica, eppure continua a essere presente, quasi silenziosa, all’interno della vita quotidiana della capitale. Quando siamo arrivati il sole stava scendendo dietro gli alberi del parco. Sopra la statua di Lenin e il vicino busto di Marx, centinaia di storni si muovevano all’unisono, disegnando forme nel cielo della sera.

 

Non tutte le statue di Lenin hanno seguito lo stesso destino dopo l’indipendenza della Moldavia. Dopo l’indipendenza molte statue sovietiche furono rimosse o ricollocate, altre rimasero al loro posto. Più che celebrare un passato politico, oggi questi monumenti permettono di avvicinare la storia recente moldava e il rapporto, spesso complesso, che il Paese intrattiene con la propria esperienza sovietica.

Mamma e figlio camminano tra le icone e gli affreschi ortodossi del Ciuflea Monastery di Chișinău.
Donna in uniforme militare inginocchiata mentre bacia un'icona nel Ciuflea Monastery di Chișinău.
Mamma e figlio davanti alla statua di Lenin nel Valea Morilor Park di Chișinău.
Mamma e figlio davanti al monumento dedicato ai soldati sovietici all'Eternitate Memorial Complex di Chișinău.
Papà e figlio davanti al monumento dedicato alla vittoria del 1945 all'Eternitate Memorial Complex di Chișinău.
Vagone di un treno passeggeri in Moldavia durante un viaggio tra le città del Paese.

Le candele nella falesia del Răut.

«All’interno, la celebrazione era già iniziata. Donne con il capo coperto da scialli fioriti sostavano davanti alle icone con candele, vino e miele portati in offerta. Nel piccolo ambiente ricavato nella pietra, illuminato da decine di fiammelle, un monaco incappucciato seguiva la funzione in silenzio.»

Scavato nella roccia calcarea a circa sessanta metri sopra il corso del Răut, il monastero rupestre di Peștera occupa da secoli una delle pareti della valle di Orheiul Vechi. Un corridoio aperto nella falesia conduce alla piccola chiesa, alle celle e agli ambienti utilizzati dalla comunità monastica. Le dimensioni di alcune celle sorprendono ancora prima di entrarvi. I soffitti delle celle sono così bassi da costringere il monaco a mantenere una postura piegata e il capo chino. Non certo una soluzione pratica, bensì una scelta legata alla disciplina spirituale e all’idea di umiltà propria della tradizione monastica orientale. Una delle celle ospita un monaco ottantacinquenne che da anni si prende cura del complesso e accoglie i visitatori. Le pareti conservano iscrizioni in antico slavo ecclesiastico e testimoniano una lunga storia di vita religiosa, rifugio e pellegrinaggio. Affacciandosi dalle aperture scavate nella roccia, lo sguardo torna però inevitabilmente alla valle. Dall’alto del promontorio il fiume Răut disegna un’ampia curva tra pareti calcaree modellate dall’erosione nel corso di migliaia di anni. Osservando il paesaggio è facile comprendere perché uomini provenienti da epoche molto diverse abbiano scelto questo stesso luogo per vivere, commerciare, difendersi e pregare.

 

Le anse del fiume, le pareti calcaree e i promontori naturalmente difesi hanno favorito la presenza umana fin dalla preistoria. Nel XIV secolo l’area entrò nell’orbita dell’Orda d’Oro e la città assunse il nome di Shehr al-Jedid, “Città Nuova”. Mercanti, artigiani e viaggiatori attraversavano la valle seguendo le rotte che collegavano il Mar Nero alle regioni interne dell’Europa orientale. Nel secolo successivo il sito divenne parte del sistema difensivo moldavo promosso da Stefano il Grande, lasciando nel paesaggio tracce ancora riconoscibili nei rilievi del terreno e nelle antiche opere di fortificazione.

Eppure, all’interno della chiesa scavata nella roccia, queste vicende sembrano allontanarsi. Restano il soffitto basso annerito dal tempo, le candele accese davanti alle icone, il silenzio dei fedeli e la sensazione che la falesia, prima ancora di essere un sito archeologico, sia stata per generazioni un luogo di preghiera, un luogo di rifugio spirituale.

Compot de duminică, murături de iarnă.

Lasciando alle spalle il monastero rupestre, il sentiero scende verso Butuceni, uno dei villaggi che occupano la valle di Orheiul Vechi. Le case del villaggio conservano molte delle caratteristiche dell’architettura rurale moldava. Recinzioni in legno, porticati affacciati sui cortili e piccoli appezzamenti coltivati restituiscono l’immagine di una comunità nella quale orti, frutteti e allevamento domestico occupano ancora uno spazio importante nella vita quotidiana delle famiglie.

«La casa di Parascheva si affaccia sulla valle con il suo portico decorato e le pareti colorate dal tempo. Dietro gli ambienti destinati agli ospiti, una scala conduce sottoterra. Centinaia di barattoli occupano ogni parete della cantina: peperoni, cetrioli, pomodori, melanzane, succhi di frutta e conserve preparate durante l’estate.»

In Moldavia una dispensa come questa non è folklore: per generazioni ha costituito una parte essenziale dell’economia domestica. Nelle campagne, dove l’autoproduzione alimentare ha mantenuto un ruolo importante anche durante il periodo sovietico, conservare il raccolto significava garantire cibo per i mesi freddi e ridurre la dipendenza dagli acquisti esterni. Tra le preparazioni più diffuse i murături, verdure conservate attraverso fermentazione naturale in acqua e sale. Cetrioli, cavoli, peperoni e pomodori vengono preparati alla fine dell’estate e lasciati maturare lentamente nelle cantine. L’utilizzo di aneto, aglio, rafano e foglie di vite varia da famiglia a famiglia, rendendo difficile individuare una sola ricetta dei murături moldavi. Nelle dispense moldave i murături condividono spesso gli scaffali con il compot. Albicocche, ciliegie, prugne, mele o ribes vengono invasati interi e conservati nel loro sciroppo. Durante l’inverno la frutta viene consumata e il succo diventa una bevanda servita quotidianamente durante i pasti. In molte famiglie il compot accompagna pranzi domenicali, festività religiose e riunioni familiari.

 

Ogni barattolo racchiude il lavoro di una stagione, la gestione delle risorse familiari e una cultura contadina che ha imparato a trasformare l’abbondanza estiva in una riserva per i mesi successivi. Fuori dalla cantina la valle segue il ritmo delle stagioni. Dentro, centinaia di barattoli raccontano come quel ritmo abbia modellato per generazioni la vita delle famiglie moldave.

Veduta panoramica di Orheiul Vechi con il monastero rupestre e il fiume Răut in Moldavia.
mamma e figlio davanti a una casa tradizionale di Butuceni
Mattia Melegari in una cantina familiare di Butuceni con centinaia di barattoli di murături conservati sulle pareti.
monaco durante la celebrazione liturgica nel monastero rupestre di Peștera.
Ritratto di Artur Cerari, conosciuto come il barone dei rom di Soroca.
Mamma con il figlio in braccio alla Soroca Fortress in una vista panoramica dall'alto.
Mattia Melegari stringe la mano a un abitante della comunità rom davanti a una casa di Gipsy Hill a Soroca.
Mamma e figlio davanti a una casa rom di Soroca con cavalli in bronzo sul tetto.
Papà e figlio davanti a un pozzo nel quartiere Gipsy Hill di Soroca.

Soroca, geografia di un confine.

Artur Cerari, il barone dei Rom.

Dalle mura della fortezza lo sguardo raggiunge facilmente la sponda opposta del Nistru. Al di là del fiume inizia l’Ucraina. Campi coltivati, villaggi e strade sembrano proseguire senza interruzioni da una riva all’altra, come se il confine esistesse soltanto sulle carte geografiche.

 

È una sensazione che accompagna gran parte della visita a Soroca. La città si sviluppa infatti lungo un tratto del Nistru che per secoli ha favorito attraversamenti, commerci e contatti tra popolazioni diverse. Il fiume separa due Stati, ma per lungo tempo ha rappresentato soprattutto una via di comunicazione naturale dal Mar Nero alle regioni interne dell’Europa orientale. Soroca nacque in un punto dove il corso d’acqua poteva essere osservato, controllato e difeso con relativa facilità. Alla fine del XV secolo esisteva già una fortificazione in legno e terra. Nel XVI secolo venne sostituita dall’attuale struttura in pietra, che conserva ancora l’impianto originario della fortezza medievale.

 

A distinguerla è la sua geometria essenziale. La pianta è perfettamente circolare e le cinque torri sono distribuite a intervalli regolari lungo il perimetro delle mura. Una soluzione che riflette l’influenza dell’architettura militare rinascimentale e che permetteva di controllare efficacemente ogni settore difensivo. Camminando lungo il perimetro della fortezza si comprende come la sua storia sia inseparabile da quella del fiume. Le mura, le torri e i bastioni esistono perché esiste il Nistru. Osservando le due sponde dall’alto, si ha l’impressione che il paesaggio ignori il confine ed è proprio da questa apparente continuità che nasce, da secoli, la necessità di controllarlo.

«La nostra era la più grande cooperativa dell’Unione Sovietica.» Artur Cerari, 08.12.2025

 

Artur Cerari lo racconta seduto nel cortile della sua casa sulla collina che domina Soroca. Alle sue spalle colonne, statue, cavalli bronzei e automobili sovietiche arrugginite. La barba bianca gli scende sul petto, mentre passa con naturalezza da un aneddoto all’altro, dalle cooperative ai commerci da un capo all’altro dell’URSS, dal ruolo dei baroni rom ai ricordi del padre Mircea. Capire dove finisca la biografia di Artur e dove inizi quella della comunità rom di Soroca non è poi così semplice. Artur è conosciuto come baronul romilor din Republica Moldova, il barone dei rom moldavi. Un ruolo informale, legato soprattutto alla mediazione delle controversie interne alla comunità e alla rappresentanza pubblica. Secondo la tradizione familiare, suo padre Mircea Cerari avrebbe ricoperto il ruolo di barone dei Rom dell’intera Unione Sovietica.

 

Per comprendere le grandi case che occupano la collina bisogna tornare agli anni del dopoguerra. I rom di Soroca appartenevano tradizionalmente al gruppo dei ciocănari, i fabbri. Conoscevano il lavoro dei metalli e possedevano competenze richieste in molte regioni dell’URSS. A partire dagli anni Sessanta, numerosi uomini iniziarono a spostarsi attraverso le repubbliche sovietiche lavorando con contratti temporanei e costruendo una rete commerciale che copriva migliaia di chilometri. Spesso il pagamento arrivava sotto forma di merci. Cereali, olio, tessuti e altri prodotti venivano trasportati e rivenduti dove risultavano più difficili da trovare. In un’economia caratterizzata dalla scarsità cronica di beni, queste reti permisero ad alcune famiglie di accumulare capitali significativi. Il secondo salto economico arrivò alla fine degli anni Ottanta, quando la perestrojka autorizzò la nascita delle cooperative private. Molte famiglie rom di Soroca acquistarono cotone in Asia Centrale, organizzarono laboratori tessili nelle proprie abitazioni e distribuirono abiti in numerose città sovietiche. Fu in quel periodo che iniziarono a comparire sulla collina le prime case monumentali.

 

Passeggiando tra le strade del quartiere si incontrano edifici che richiamano il Teatro Bol’šoj di Mosca, il Campidoglio di Washington o la Porta di Brandeburgo. Tra cupole, cavalli in bronzo, colonnati monumentali e palazzi rimasti incompiuti, ogni nuova casa cercava di distinguersi da quelle vicine e la collina divenne in poco tempo una vetrina nella quale le famiglie trasformavano prosperità economica, prestigio e ambizione in architettura. Poi arrivò il 1991. La dissoluzione dell’Unione Sovietica interruppe molte delle reti commerciali che avevano sostenuto quella crescita. I nuovi confini, i dazi e la frammentazione del mercato sovietico resero progressivamente più difficile continuare le attività che avevano alimentato la prosperità della collina. Molte abitazioni rimasero incompiute e alcune non vennero mai terminate.

 

Dall’alto della collina, però, quelle case continuano a dominare Soroca. Dietro colonne, cupole e facciate monumentali affiora la memoria di un’epoca in cui famiglie di commercianti e artigiani rom attraversavano l’Unione Sovietica da una repubblica all’altra, trasformando merci, viaggi e relazioni nella prosperità che avrebbe cambiato il volto della collina.

Fili di Bessarabia.

Appese alle pareti ci sono camicie ricamate, cinture, tappeti di lana e lunghi tessuti decorativi utilizzati durante le festività. Alcuni hanno più di un secolo, altri sono stati realizzati negli ultimi anni utilizzando gli stessi motivi e gli stessi telai. Nel complesso artigianale Artă Rustică, nel villaggio di Clisova Nouă, il telaio non appartiene soltanto al passato ma continua a essere uno strumento di lavoro e un mezzo attraverso cui conservare parte dell’identità culturale della Bessarabia.

 

«Uno dei valori più importanti della nostra cultura è il costume popolare», spiega una delle artigiane del centro. Attraverso colori, ricami e decorazioni l’abbigliamento tradizionale distingueva età, provenienza geografica e occasioni sociali. Esistevano abiti destinati al lavoro nei campi, altri alle celebrazioni religiose, ai matrimoni e alle feste del villaggio. «I moldavi della Bessarabia sono sempre stati attenti a come si vestivano, sia quando lavoravano nei campi sia quando partecipavano alle feste del villaggio. Anche oggi l’identità passa attraverso ciò che indossiamo. È responsabilità di ciascuno di noi mantenere vivi i costumi tradizionali e portarli con orgoglio».

 

Tappeti, coperte e capi d’abbigliamento accompagnavano le principali tappe della vita familiare. Una ragazza iniziava spesso a preparare il proprio corredo anni prima del matrimonio e la quantità dei manufatti conservati nelle casse di legno rappresentava una parte visibile del patrimonio familiare. Per questo il telaio era presente in quasi ogni abitazione. Durante l’inverno, quando il lavoro agricolo rallentava, la produzione si spostava all’interno delle case. Filare, preparare i fili e tessere richiedeva settimane di lavoro e competenze che passavano da una generazione all’altra.

 

Osservando i manufatti esposti ad Artă Rustică colpisce un dettaglio. Accanto ai tessuti realizzati oltre un secolo fa se ne trovano altri prodotti recentemente utilizzando gli stessi schemi decorativi. E non si tratta di copie museali. Sono il risultato di una tradizione che, pur ridimensionata, non si è mai completamente interrotta e continua a collegare le artigiane di Clisova Nouă alle donne che, negli stessi villaggi, hanno tessuto per decenni gli oggetti destinati a entrare nelle loro case, nei matrimoni dei figli e nelle feste della comunità.

Dettaglio di un tappeto artigianale tradizionale realizzato da Arta Rustica.
Foto di famiglia davanti a un tappeto artigianale realizzato da Arta Rustica in Moldavia.
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Dettaglio dei motivi geometrici di un tappeto artigianale realizzato da Arta Rustica in Moldavia.

In alternativa, se il tappeto mostra chiaramente una lavorazione tradizionale a telaio:

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Dettaglio della lavorazione geometrica di un tappeto tradizionale di Arta Rustica in Moldavia.
Bambino osserva il gigantesco volto della statua dorata di Lenin nella collezione Petru Costin.
Quadro raffigurante Lenin esposto nella collezione Petru Costin.

Crescere Sovietici.

Lo sguardo di nostro figlio sale fino al busto dorato di Lenin che domina un’intera sala della collezione Petru Costin. Intorno compaiono bandiere, ritratti ufficiali, distintivi, manifesti e oggetti provenienti dall’epoca sovietica. È una scena che aiuta a comprendere uno degli aspetti centrali dell’Unione Sovietica: la forza dei simboli. Per milioni di studenti sovietici, immagini come questa non appartenevano ai musei ma alla normalità delle giornate trascorse tra i banchi di scuola.

 

Tra uniformi scolastiche, distintivi dei pionieri, quaderni, manifesti e fotografie conservati nella collezione di Petru Costin, emerge un aspetto spesso trascurato della storia sovietica: il ruolo della scuola nella formazione delle nuove generazioni. Per gran parte del Novecento la Moldavia fece parte dell’Unione Sovietica e l’istruzione occupava una posizione centrale nella vita pubblica. La scuola aveva il compito di costruire un linguaggio comune all’interno di uno Stato che si estendeva dal Mar Baltico al Pacifico, riunendo centinaia di gruppi etnici, lingue e tradizioni differenti.

 

Da Chișinău a Vladivostok, passando per Mosca e Tbilisi, migliaia di scuole condividevano lo stesso linguaggio visivo. Ritratti di Lenin, mappe dell’URSS, slogan dedicati al lavoro collettivo e materiali didattici identici accompagnavano il percorso scolastico di milioni di studenti. A migliaia di chilometri di distanza, bambini che non si sarebbero mai incontrati studiavano sugli stessi manuali e crescevano circondati dagli stessi riferimenti simbolici, all’interno di un sistema educativo che attribuiva grande importanza all’educazione civica e alla costruzione dell’identità sovietica.

 

La vita scolastica seguiva gesti e cerimonie che accompagnavano gli studenti fin dai primi anni. Il primo giorno di scuola gli alunni portavano fiori agli insegnanti, una tradizione ancora diffusa in molti Paesi post-sovietici. Molti entravano poi nell’organizzazione dei pionieri, ricevendo il caratteristico fazzoletto rosso durante cerimonie che segnavano una tappa importante della crescita. Le attività collettive, le commemorazioni pubbliche e i progetti scolastici affiancavano le lezioni tradizionali e contribuivano a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. L’istruzione sovietica manteneva un forte controllo ideologico, ma garantiva anche un accesso capillare alla scuola, raggiungendo città, villaggi e aree rurali spesso lontane dai principali centri urbani. Per molte famiglie rappresentò il primo accesso diffuso all’alfabetizzazione, alla formazione tecnica e agli studi superiori.

 

La forza della galleria di Petru Costin non risiede tanto nella rarità dei singoli pezzi quanto nella loro capacità di restituire un contesto. Nelle stesse sale si passa dai simboli dello Stato agli oggetti della vita quotidiana, da una parte la narrazione ufficiale e dall’altra gli oggetti utilizzati ogni giorno nelle case, nelle scuole e nei luoghi di lavoro. È proprio questa sovrapposizione a rendere la visita interessante. La storia dell’Unione Sovietica smette di apparire come qualcosa di distante e assume dimensioni più concrete, fatte di scuole, famiglie, lavoro. Per chi viaggia in Moldavia, la galleria di Petru Costin rappresenta così una chiave di lettura concreta per comprendere un passato che continua ancora oggi a lasciare tracce visibili nella società, nella memoria e nelle abitudini quotidiane del Paese.

Papà e figlio davanti a un aereo dell'Unione Sovietica con insegne CCCP nella collezione Petru Costin.
Mamma con il figlio in braccio tra busti, gagliardetti e bandiere della collezione Petru Costin.

E dopo le testimonianze raccolte da Petru Costin, un ritorno al 1988 con un bicchiere di
Trandafirul Moldovei e di Negru de Mileștii Mici...

il nostro viaggio in Moldavia è proseguito tra gallerie del vino scavate nella pietra calcarea, violini e fisarmoniche zigane.

Per ora la nostra guida si ferma qui, ma il nostro viaggio in famiglia continua.

Un viaggio capace di rafforzare i legami e diventare parte del percorso di crescita familiare.
Con la mia consulenza accompagno le famiglie nella creazione di itinerari pensati non solo per vedere il mondo, ma per attraversarlo insieme, con un’attenzione speciale ai bisogni educativi ed emotivi dei propri figli.

 

Vuoi che ogni viaggio diventi un’occasione di crescita e connessione familiare?
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di cura e scoperta condivisa.

Mattia Melegari con il figlio in braccio nelle gallerie sotterranee della cantina Mileștii Mici.
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