· Caravanserragli lungo la Via della Seta ·
IL NOSTRO ITINERARIO IN UZBEKISTAN
DAY1 - Khiva | Itchan Kala | Kuhna Ark | Kalta Minor Minaret | Sayid Alauddin Mausoleum | Amin Khan Madrasa | Rahim Khan Madrasa | Juma Mosque | Arab Muhammad Khan Madrasa | Pahlavan Mahmud Mausoleum
DAY2 - Tosh-Hovli Palace | Allakuli Khan Madrasa | Islam Khoja Madrasa | Kyzylkum Desert | Kyzyl Kala | Topraq Kala | Ayaz Kala
DAY3 - Kyrk-Kyz Kala | Janbas Kala | Koy-Krylgan Kala | Guldursun Kala | Train to Bukhara
DAY4 - Bukhara | Chor Minor | Lyab-i Hauz Square | Magoki-Attar Mosque | Toqi Sarrafon | Toqi Telpak-Furushon | Abdulaziz Khan Madrasa | Ulugh Beg Madrasa
DAY5 - Po-i-Kalyan Complex | Kalyan Minaret | Kalyan Mosque | Bukhara Ark | Bolo Hauz Mosque | Kosh Madrasa | Baland Mosque | Ismail Samani Mausoleum | Train to Samarkand
DAY6 - SOS Children’s Village Samarkand | Registan Square | Ulugh Beg Madrasa | Sher-Dor Madrasa | Tilya-Kori Madrasa | Siyob Bazaar | Bibi-Khanym Mosque | Khujum Carpet Factory
DAY7 - Shahrisabz | Ak-Saray Palace | Dor-us Siyodat Complex | Amir Timur Crypt | Dor-ut Tilovat Complex | Kok Gumbaz Mosque
DAY8 - Shah-i-Zinda | Ulugh Beg Observatory | Afrasiab Museum | Gur-e Amir Mausoleum
...DAY14 - Tashkent | Tashkent Metro | Chorsu Bazaar
UZBEKISTAN
L’Uzbekistan è stato un lungo racconto, fatto di cupole turchesi e di storie della Via della Seta, di notti nel deserto e di spostamenti in treno che hanno reso il tempo parte del viaggio. A Khiva abbiamo camminato tra mura e vicoli custodi della memoria delle carovane. Poi il silenzio del deserto del Kizylkum ci ha accolti con le sue “fortezze di sabbia”, testimoni di un passato che resiste al vento. Quindi il treno per Bukhara, con il dondolio costante delle rotaie, ci ha insegnato come ogni distanza percorsa dilati il viaggio, trasformando il tempo in esperienza. Bukhara ci ha accolti con le sue madrase e i bazar, intreccio quotidiano di fede e vita. Samarcanda con il Registan e la necropoli di Shah-i-Zinda, cuore simbolico della Via della Seta.
Eppure il ricordo più vivo resta l’incontro con Sobirali, il bambino che ci ha regalato un sorriso capace
di farci riconsiderare, oggi più che mai, l’importanza dell’accoglienza.
«E ancora vi dico che tutti coloro
che questo libro leggeranno o udiranno
debbono sapere che tutte le cose
che in esso sono scritte sono vere,
perché io le vidi
o le udii da uomini degni di fede,
e non vi ho narrato la metà
di ciò che vidi.»
Marco Polo, Il Milione - 1298 ca.
"
Khiva, la città proibita.
Fred Burnaby, ufficiale inglese e avventuriero, fu tra i primi europei a tentare l’ingresso nella Khiva ottocentesca, allora annessa all’Impero Russo ma ancora di fatto proibita agli stranieri. Nell’inverno del 1875–76 partì solo, a cavallo, affrontando temperature estreme e settimane di viaggio nel gelo dell’Asia Centrale. Il suo racconto, A Ride to Khiva - mai tradotto in italiano - restituisce bene la sensazione di avvicinarsi a una città che viveva in equilibrio instabile tra controllo politico e isolamento culturale. Khiva era allora la capitale della Khorezmja, dopo che l’antica Urgench era stata distrutta da Gengis Khan. Per secoli fu uno dei principali mercati di schiavi dell’Asia Centrale, nodo commerciale e simbolico lungo le rotte carovaniere. Le cronache più antiche ne attribuiscono la fondazione a Sem, figlio di Noè: una genealogia che appartiene più al mito che alla storia, ma che contribuisce a mantenere la città in una dimensione sospesa, fatta di sabbia, racconti e stratificazioni.
Ancora oggi, camminando all’interno delle mura di Ichan-Qala, questa atmosfera resta percepibile. Districarsi tra i vicoli di Khiva aiuta le famiglie in viaggio a trasformare la visita in un’esperienza di osservazione in cui la storia diventa racconto.
Una volta varcato l’accesso, il percorso conduce naturalmente verso il Mausoleo di Pahlavan Mahmoud, figura centrale nella memoria della città. Poeta, filosofo e combattente, divenne santo protettore di Khiva. La leggenda racconta che riuscì a liberare numerosi prigionieri chiedendo come ricompensa una quantità di uomini pari a quelli contenibili in una pelle di mucca, poi tagliata in strisce sottili e continue, fino a formare una lunga fascia capace di circondare molti uomini. Il mausoleo, risalente al 1362 e ricostruito nel XIX secolo, fu trasformato nel 1913 in mausoleo dinastico dei khan. L’edificio conserva uno degli interni più significativi della città per coerenza cromatica e qualità decorativa: piastrelle bianche e azzurre disposte in fasce, motivi geometrici complessi, volte che raccolgono la luce.
Madrase e forme incompiute.
Il Palazzo Tosh-hovli nasce dalla volontà di Mohammed Amin Khan, detto “il costruttore”, di superare la sobrietà del Khuna Ark con una residenza adeguata al proprio potere. Il risultato è uno dei complessi più riccamente decorati di Khiva: corti interne collegate da corridoi e porticati, spazi pensati per garantire ventilazione in un clima arido. Le maioliche blu, bianche e turchesi non hanno solo una funzione ornamentale: il blu richiama il cielo e la spiritualità, il bianco l’autorità, il verde la prosperità. Il palazzo era un luogo vivo, animato da una routine quotidiana fatta di lavoro domestico, rituali di corte, ricevimenti ufficiali e celebrazioni. Poco distante sorgono due grandi madrase ottocentesche, testimonianza della vitalità culturale che Khiva conservò anche negli ultimi decenni del khanato. La Madrasa di Mohammed Rakhim Khan, completata nel 1876, tre anni dopo l’istituzione del protettorato russo, disponeva di settantasei celle per studenti di scienze coraniche, moschee estive e invernali, biblioteche e sale di studio. Il suo cortile rettangolare, con iwan su ogni lato e celle coperte da cupole balkhi, restituisce ancora oggi un’immagine chiara dell’organizzazione educativa dell’epoca. Pochi decenni prima era stata costruita la Madrasa di Alla Kuli Khan, inaugurata nel 1834 tra il bazar coperto e la porta orientale Palvan Darvoza. Oltre alla funzione didattica, l’edificio svolgeva anche un ruolo pubblico: la biblioteca al piano terra era infatti accessibile agli studenti di tutta la città. Le decorazioni corasmie nei toni del bianco, nero e blu ne sottolineano il carattere civile e istituzionale.
Il minareto Kalta Minor, il “minareto corto”, è forse l’immagine più riconoscibile di Khiva. Progettato per diventare il più alto d’Oriente, avrebbe dovuto raggiungere i settanta o ottanta metri, abbastanza - secondo l’ambizione del khan - da permettergli di scorgere la lontana Bukhara. Rimase invece incompiuto, tronco, rivestito di ceramiche verdi e azzurre. Proprio questa interruzione netta, unita alle leggende sull’architetto fuggito per salvarsi la vita, ne fa uno dei simboli più potenti della città. Il percorso si conclude alla Moschea Juma, spazio sorprendente per sobrietà e struttura. Una grande sala sostenuta da 213 colonne lignee, alcune risalenti al X secolo, altre aggiunte nel XVIII. Non esistono separazioni interne e la luce filtra dall’alto in modo uniforme. È un luogo che parla attraverso il legno, l’ombra e le geometrie delle colonne: è uno spazio che non richiede spiegazioni, ma tempo.




Il Kysylkum, corridoio di sabbia e tradizioni.
Il Kysylkum, il “deserto di sabbia rossa”, occupa una porzione immensa dell’Asia Centrale e accompagna il viaggiatore come una presenza costante, fatta di dune, pianure pietrose, letti di fiumi prosciugati e rare oasi dove la vita riesce ancora a trovare spazio. Le dune possono raggiungere i duecento metri di altezza, alternate a superfici dure e aride che raccontano un ambiente tutt’altro che uniforme. Per secoli questo territorio fu una rotta strategica della Via della Seta, attraversata da carovane che collegavano Cina, Medio Oriente ed Europa, trasportando seta, spezie e pietre preziose. Ma il Kysylkum non fu solo una via commerciale: divenne un vero corridoio culturale, dove lingue, religioni e tradizioni si incontravano, trasformando un ambiente inospitale in un luogo di scambio e relazione. Le tribù nomadi che hanno abitato il Kysylkum svilupparono un legame profondo con questo territorio, adattando ogni aspetto della vita alle stagioni, all’acqua e ai pascoli. Vivevano in tende mobili, facili da smontare, seguendo le mandrie di cammelli, pecore e capre, integrando l’allevamento con caccia e raccolta. In questo paesaggio fatto di silenzi e spostamenti continui, la loro vita trovava forma nella dimora più essenziale e simbolica: la yurta. Diffusa ancora oggi in regioni come il Karakalpakstan e il Surkhandarya, la yurta raccoglie secoli di cultura nomade. Il termine stesso indica il “popolo” o il “territorio in cui ci si muove”, sottolineando come non sia solo un’abitazione, ma un’estensione della comunità che la abita. Un tempo le yurte rappresentavano un microcosmo capace di proteggere i nomadi dal mondo esterno: oggi restano un simbolo tangibile di continuità culturale e adattamento, radicato in un paesaggio che ha modellato per secoli la vita umana.
La yurta, spazio di vita e comunità.
La yurta è casa, luogo di incontro e protezione. La vita al suo interno segue i ritmi naturali: ci si corica con il buio e ci si sveglia con la luce, senza elettricità, senza orologi, senza copertura telefonica. È una semplicità che colpisce profondamente il viaggiatore occidentale perché nasce da una necessità concreta: possedere solo ciò che si è in grado di trasportare. Le strutture sono realizzate in legno e lana, esclusivamente con materiali organici, senza l’uso di chiodi. Le strisce di stoffa e le nappe appese identificano la famiglia e raccontano l’appartenenza a una regione o a un gruppo. Musica e danza accompagnano la vita nomade nei momenti comunitari: le danze uzbeke sono narrazione e raccontano stagioni, battaglie, amori e speranze. Nel Khorezm spicca la Lazgi, vivace e scattante, con movimenti che richiamano il volo degli uccelli e il fluire dell’acqua. A Ferghana la danza è più dolce e romantica, a Bukhara più emotiva e arricchita da accessori sonori, mentre nel Khorezm l’energia domina il ritmo.
Il nostro viaggio nel deserto uzbeko del Kysylkum è proseguito verso il cuore storico del Khorezm, antico regno che si estendeva fino all’attuale Turkmenistan settentrionale. Questa regione, conosciuta come Elliq Qala, le “Cinquanta Fortezze”, conserva ancora oggi resti imponenti di città in argilla che il sole e il vento stanno lentamente consumando. Tra queste emergono Ayaz Qala e Topraq Kala, città-sacra e centro politico del regno. Fino al III secolo d.C. Topraq Kala rappresentò il massimo splendore del Khorezm, irrigata da una complessa rete di canali e animata da un'intensa vita militare, culturale ed economica. Abbandonata dopo conflitti sanguinosi, venne progressivamente inghiottita dalla sabbia, fino a scomparire dalla memoria. Solo nel 1938 una spedizione archeologica guidata da Tolstov riportò alla luce ceramiche, gioielli, sculture e documenti che raccontano una città progettata per diventare capitale, popolata più da schiavi che uomini liberi.
Per le famiglie in viaggio, attraversare il Kysylkum e condividere il tempo all’interno di una yurta significa riscoprire un modo di viaggiare fatto di relazioni, trasformando il deserto in un’esperienza educativa profonda e vicina all’essenziale.





Rotaie nel deserto del Kysylkum.
Il treno su cui abbiamo viaggiato da Urgench a Bukhara è un tipico convoglio di epoca sovietica, ancora oggi molto diffuso in Uzbekistan. Le carrozze sono robuste, progettate per durare, con interni essenziali e funzionali. Le cuccette si trovano in compartimenti chiusi, generalmente a quattro letti, che durante il giorno si trasformano in sedute con panche imbottite. I corridoi sono stretti, le porte scorrono manualmente, il pavimento è spesso coperto da tappeti consumati dal tempo. L’illuminazione è ridotta e l’aria condizionata assente o limitata. Il personale di bordo passa per il controllo dei biglietti e offre tè caldo o piccoli dolci uzbechi. È un modo di viaggiare semplice, che mette a contatto diretto con la quotidianità locale e con un’organizzazione dello spazio pensata per convivere, anche per molte ore. Il convoglio attraversa una vasta area desertica che domina il paesaggio: il Kysylkum, uno dei grandi deserti dell’Asia Centrale, fatto di distese continue di sabbia e terra arida. Il caldo è intenso, l’aria secca, spesso velata da una foschia di polvere sollevata dal vento. Dal finestrino si intravedono insediamenti isolati, case in adobe e costruzioni ridotte all’essenziale. La regolarità del deserto viene scandita dal rumore costante delle ruote sulle rotaie. Con il sole che scende verso l’orizzonte, la sabbia assume tonalità calde, dal giallo al rosso, restituendo un’atmosfera tipica di questa regione dell’Asia Centrale.
Viaggiare in treno in Uzbekistan, soprattutto in famiglia, trasforma il tragitto in una parte integrante dell’esperienza di viaggio. Il dialogo e la ritualità del tè diventano riferimenti anche per i più piccoli, che nel ripetersi dei gesti trovano un punto di orientamento durante il viaggio.
Bukhara, oasi culturale dell’Asia centrale.
Bukhara è considerata la città più sacra dell’Asia centrale ed è stata per secoli un punto di riferimento culturale e religioso lungo le antiche vie carovaniere. Mercanti, viaggiatori, studiosi e artigiani hanno attraversato questa oasi, contribuendo a costruire, insieme a Samarcanda e Khiva, l’immaginario occidentale legato alla Via della Seta. Le numerose madrase ancora presenti in città testimoniano questa lunga vocazione culturale. Più volte distrutta e ricostruita, Bukhara ha conservato uno dei complessi architettonici più significativi dell’Asia centrale. Il complesso di Po-i-Kalyan, paragonabile per importanza al Registan di Samarcanda, sorge su un’area già sacra in epoca pre-islamica ai seguaci dello zoroastrismo. Dall’VIII secolo, le strutture precedenti furono sostituite da edifici islamici, poi distrutti durante le invasioni mongole del XIII secolo. Il minareto di Kalyan sopravvisse alla devastazione e, secondo la tradizione, colpì a tal punto Gengis Khan da indurlo a risparmiarlo. Rimasto intatto, è oggi uno dei simboli più riconoscibili di Bukhara.
Camminando per Bukhara si incontra la statua di Nasreddin Khoja, figura leggendaria della tradizione popolare e sufi. Filosofo del popolo, protagonista di racconti ironici e paradossali, Nasreddin è presente in molte culture del Vicino Oriente e dell’Asia centrale, con nomi e titoli diversi. I suoi aneddoti, tramandati oralmente, affrontano temi morali e sociali con uno sguardo diretto e accessibile, capace di parlare anche a chi attraversa la città con bambini, offrendo un primo contatto con una tradizione narrativa fondata sulla saggezza popolare.
A ovest di piazza Lyabi-Hauz si entra nel cuore commerciale di Bukhara, un intreccio di vicoli e gallerie che per secoli ha definito l’identità economica della città. Da questo nodo transitavano merci provenienti dall’Estremo Oriente, destinate ai grandi porti del Mediterraneo. I complessi del Taki-Sarrafon, del Taki-Telpak Furushon e del Taki-Zargaron, edificati nel XVI secolo, conservano la memoria di un’economia fondata sullo scambio e sulla trasmissione dei mestieri. Nel XV secolo, sotto la dominazione timuride, Bukhara e Samarcanda si affermarono come centri di una rete di scambi culturali che collegava Oriente e Occidente.
Ulugbek, nipote di Tamerlano, promosse lo studio della matematica e dell’astronomia e fece costruire la madrasa che porta il suo nome, completata nel 1417. Un’iscrizione ancora visibile recita: «La ricerca della conoscenza è un dovere per ogni musulmano, uomo e donna». Camminando tra le madrase e le piazze, questa idea continua a emergere con discrezione, come una traccia costante nella struttura stessa della città.




«E non vi ho narrato la metà di ciò che vidi».
Marco Polo
Resilienza e adattabilità, capacità di risollevarsi dopo conquiste, saccheggi, cambi di potere e la morte di sovrani. Il carattere di Samarcanda rispecchia il temperamento degli abitanti dell’antica Battriana, fieri e radicati nella loro terra come le radici dei caratteristici alberi del gelso. Samarcanda era il centro principale della via della Seta e nel corso del Medioevo sinonimo di tutto ciò che di meraviglioso, ricco e prezioso l’Oriente aveva da offrire. Molti degli elementi che hanno contribuito a costruirne l’immaginario sono ancora leggibili nel tessuto urbano: le grandi piazze, le madrase, le architetture monumentali continuano a restituire l’idea di una città frutto di epoche diverse e di un continuo dialogo tra Oriente e Occidente.
Il nome stesso di Samarcanda possiede una forza evocativa immediata. Basta pronunciarlo per richiamare carovane, colori intensi, mercati, architetture che parlano di potere e conoscenza. È un toponimo che ha attraversato secoli di narrazioni e che ancora oggi conserva una parte di quell’Oriente immaginato, mai del tutto definito. Quello che resta oggi sono le testimonianze di una città che non ha mai smesso di far sognare i viaggiatori che vi arrivavano. Oggi come un tempo...
Il Villaggio SOS di Samarcanda.
Quel che leggerete è una breve introduzione a un progetto che, se deciderete di accogliere, siamo certi saprà arricchirvi oltre ogni aspettativa.
«Pochi mesi fa si è concluso un percorso di adozione che ha riportato un bambino srilankese nella sua famiglia d’origine. Subito dopo si è aperto un nuovo capitolo che, per volontà del caso o forse del destino, ci ha portati a incontrare un bambino uzbeko. Oggi abbiamo avuto l’opportunità di incontrarlo, presentargli nostro figlio e avvicinarci alla realtà del Villaggio SOS di Samarcanda, un contesto in cui accoglienza e progettualità cercano di offrire stabilità e speranza. Abbiamo trascorso del tempo insieme, risposto alle domande più spontanee, osservato dinamiche quotidiane che raccontano molto più di qualsiasi presentazione formale. Il Villaggio SOS di Samarcanda, attivo dal 2007, rappresenta un riferimento nel panorama dell’accoglienza in Uzbekistan. Il modello è pensato per ricreare un ambiente familiare attraverso le “case SOS”, unità abitative nelle quali una madre SOS vive con un gruppo stabile di bambini, costruendo nel tempo un legame affettivo e educativo.
Le madri SOS sono figure professionali formate in ambito pedagogico e relazionale. La vita quotidiana segue un’organizzazione chiara: scuola nelle istituzioni pubbliche, attività sportive e culturali, relazioni con i familiari d’origine accompagnate con attenzione e responsabilità, favorendo eventuali ricongiungimenti solo quando realmente sostenibili. Con il supporto di percorsi educativi, cura quotidiana e integrazione sociale, il Villaggio SOS contribuisce alla tutela dei bambini accolti e, allo stesso tempo, alla costruzione di un modello di accoglienza più stabile e consapevole per l’infanzia in Uzbekistan.
È in contesti come questo che il viaggio diventa incontro. Non per cambiare le cose, ma per imparare a guardarle con maggiore attenzione, riconoscendo il valore del tempo, della cura e delle relazioni.»
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Il Registan e l’eredità timuride di Samarcanda.
La Città Vecchia di Samarcanda conserva tracce profonde della sua epoca medievale, segnate da distruzioni e ricostruzioni successive. Nel 1220 le armate mongole guidate da Gengis Khan devastarono gran parte della città, interrompendo una lunga fase di centralità lungo le rotte della Via della Seta. Samarcanda tornò a occupare un ruolo centrale solo più di un secolo dopo, sotto Tamerlano, quando divenne il cuore simbolico dell’impero timuride.
Il Registan, il cui nome deriva dal persiano Rēgistan, “luogo di sabbia”, assunse in questa fase il ruolo di grande spazio civico della città timuride. Era lo spazio in cui si concentrava la vita pubblica: proclami ufficiali annunciati dal suono dei dzharchi, cerimonie, momenti di celebrazione e punizioni pubbliche. Le tre madrase che definiscono l’attuale configurazione del Registan sono tra i più importanti esempi di architettura islamica dell’Asia centrale. La più antica è la madrasa di Ulugbek, costruita tra il 1417 e il 1420, seguita dalla Sher-Dor (1619–1636) e dalla Tilya-Kori (1646–1660). Secondo la tradizione, lo stesso Ulugbek, sovrano e studioso, avrebbe insegnato matematica nella madrasa che porta il suo nome, rafforzando il legame tra potere e conoscenza che caratterizzò Samarcanda nel XV secolo.
La madrasa di Ulugbek, la più antica del complesso, si distingue per il rivestimento in piastrelle blu con motivi geometrici ed epigrafici su mattoni in cotto. Il nome della madrasa Sher-Dor deriva invece dai mosaici del portale principale, che raffigurano una scena di caccia con animali fantastici e simbolici. Questa iconografia, oggi uno dei simboli dell’Uzbekistan, rompe con la tradizione aniconica dell’architettura islamica, introducendo figure animali e solari in uno spazio educativo e religioso. Una scelta che riflette il contesto culturale dell’Asia centrale, dove simboli preislamici e potere politico continuarono a convivere con l’ortodossia formale dell’Islam.
Infine, la madrasa Tilya-Kori deve il nome alle ricche decorazioni dorate. Le superfici interne, decorate con la tecnica del kyndal, combinano il blu intenso delle piastrelle smaltate con sottili strati d’oro, creando un equilibrio visivo che esprime l’opulenza e la sicurezza dell’epoca timuride.
Nel tessuto culturale della città si inserisce la fabbrica di tappeti di seta “Hudjum”, testimonianza viva della tradizione artigianale di Samarcanda. La lavorazione segue antiche tecniche e la realizzazione di un singolo tappeto può richiedere mesi o anni, in quanto ogni giorno di lavoro aggiunge solo pochi centimetri di trama.
Ed è forse proprio in questo intreccio tra monumentalità e tradizione che Samarcanda si lascia comprendere: una città che non si esaurisce nei suoi simboli più celebri, ma che continua a raccontarsi attraverso spazi, mestieri e pratiche che resistono al tempo, offrendo anche ai più piccoli un modo concreto di avvicinarsi alla storia.





Timur (Tamerlano) e la nascita di Shahrisabz.
«Il re Timur è tra i re più grandi e potenti. Alcuni gli attribuiscono della scienza, altri lo considerano un rafidita per le sue preferenze sulla discendenza del Profeta, altri ancora lo considerano un mago dedito alla stregoneria. Di fatto non è niente di tutto ciò: è semplicemente un uomo molto intelligente e perspicace, che si presta al dibattito su ciò che conosce così come su ciò che non sa».
Così Ibn Khaldūn descriveva Tamerlano, nato il 9 aprile 1336 nei pressi di Shahrisabz. Conquistatore e stratega spietato, seppe costruire un impero che si estendeva dall’India all’Anatolia, riunendo sotto il dominio timuride territori, popoli e tradizioni differenti. Timur non fu soltanto un comandante militare, ma un raffinato costruttore di simboli di potere. La sua strategia non si basava infatti esclusivamente sulla forza delle armi: prevedeva l’uso sistematico di messaggi visivi destinati a imprimersi nella memoria collettiva dei popoli sottomessi. Simboli, cerimonie, architetture monumentali e pratiche di intimidazione componevano un sistema politico-militare coerente, capace di fondere propaganda e strategia. Timur sapeva che un esercito vince sul campo, ma un impero sopravvive solo quando il nemico è sconfitto anche nello spirito.
Conosciuta in origine come Kesh, “piacere per il cuore”, e per un breve periodo come Nautaca, Shahrisabz è tra le città più antiche dell’Asia centrale. Fu in questo luogo che Tolomeo, generale di Alessandro Magno, catturò Besso, satrapo di Battria e pretendente al trono persiano, ponendo fine all’Impero achemenide. Il 9 aprile 1336 nacque a Shahrisabz Tamerlano, che riconobbe sempre la città come propria patria e la scelse come luogo destinato alla sepoltura. Durante il suo regno il nome mutò da Kesh a Shakhrisabz, “Città Verde” in persiano, segnando una nuova fase della sua storia.
«Se avete dei dubbi sul nostro potere, guardate i nostri edifici». Amir Timur, noto come Tamerlano.
L’iscrizione campeggia sul portale dell’Ak-Saray, il grandioso palazzo fatto erigere da Tamerlano tra il 1380 e il 1404 a Shakhrisabz, nel pieno dell’epoca timuride. Oggi sopravvive soltanto l’imponente portale, che in origine raggiungeva i 71 metri di altezza, affiancato da torri cilindriche di 44 metri poggiate su basi ottagonali. Il rivestimento conserva frammenti di piastrelle ceramiche con iscrizioni di Allah e Maometto in caratteri cufici, testimonianza della funzione simbolica e sacrale attribuita all’architettura del potere.
Alle spalle del complesso Dorus Siadat si trova una piccola costruzione, accessibile attraverso una porta di legno, che conduce a una cripta ritenuta destinata a Tamerlano. La stanza si presenta austera, interrotta soltanto dalle iscrizioni coraniche che corrono sugli archi. Al centro si colloca un sarcofago di marmo, sormontato da una massiccia lapide monolitica spessa undici centimetri. Le iscrizioni ripercorrono la vita di Amir Timur e hanno portato gli archeologi a ritenere che la cripta fosse destinata a diventare il suo luogo di sepoltura.
Visitare Shahrisabz con un bambino significa misurarsi con una storia fatta di potere, ambizione e memoria, e imparare a raccontarla con parole adatte all’ascolto. Davanti ad architetture nate per intimidire e durare, nasce l’occasione di parlarne non solo come testimonianze del passato, ma come luoghi di scelte e responsabilità: è anche così che il viaggio diventa scoperta, e la scoperta un primo esercizio di consapevolezza.


E dopo la monumentalità di Shahrisabz, la necropoli di Shah-i-Zinda,
l’osservatorio di Ulugbek e il museo Afrasiab…
il nostro viaggio in Uzbekistan è proseguito lungo le antiche rotte della Via della Seta, fino a raggiungere il Tajikistan.
Per ora la nostra guida si ferma qui, ma il nostro viaggio in famiglia continua.
Un viaggio capace di rafforzare i legami e diventare parte del percorso di crescita familiare.
Con la mia consulenza accompagno le famiglie nella creazione di itinerari pensati non solo per vedere il mondo, ma per attraversarlo insieme, con un’attenzione speciale ai bisogni educativi ed emotivi dei propri figli.
Vuoi che ogni viaggio diventi un’occasione di crescita e connessione familiare?
Scopri come il progetto Genitorialità di Viaggio può trasformare le tue esperienze in momenti di cura e scoperta condivisa.


