NEPAL
· Spiritualità sul Tetto del Mondo ·
IL NOSTRO ITINERARIO IN NEPAL
DAY1 - Bhaktapur
DAY2 - Bhaktapur | Patan
DAY3 - Volo per Chitwan National Park | Tharu Ethnic Village & Cultural Show
DAY4 - Canoe Safari | Jungle Walk Safari | Jeep Safari
DAY5 - Bird Watching | Jeep Safari
DAY6 - Bandipur
DAY7 - Pokhara | Phewa Lake Boat Trip| Tal-Barahi Temple | Holi Festival
DAY8 - Sarangkot | Bindabashini Temple | Devi’s Falls | Shanti Stupa | Tibetan Refugee Camp | Gupteshwor Mahadev Cave
DAY9 - Volo per Kathmandu | Pashupatinath Temple | Boudhanath Stupa | Swayambhunath Stupa
La vita più autentica del Nepal si svela nei villaggi rurali, dove il tempo scorre lento e la giornata segue ancora i ritmi che
altrove si sono perduti. La maggior parte dei nepalesi vive tra campi e gesti semplici, e un viaggio in questo Paese
offre l’opportunità di avvicinarsi a quel mondo. Con il passare dei giorni, ci si accorge che il folclore, l’ospitalità sincera e
la spiritualità profonda si intrecciano in un equilibrio raro, difficile da dimenticare.
Un viaggio in Nepal non lascia indifferenti: accende il desiderio di tracciare nuovi itinerari,
per andare verso terre nuove e culture ancora da scoprire...
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Bhaktapur, templi e tradizioni nella Valle di Kathmandu.
..E mi fermo a guardare la folla di fedeli che ogni giorno porta doni alle divinità. La mattina presto è il momento più magico, quando una leggera nebbiolina si destreggia insinuandosi nei vicoli, nelle piazze, nei cortili, per poi lentamente svanire e tramutarsi in sole, affinché tutto, come per incanto, splenda: dai tetti dorati dei templi alle vette dell'Himalaya.
Bhaktapur, anche conosciuta come Bhadgaon o Khwopa, è una delle città più antiche e suggestive della Valle di Kathmandu. Fondata probabilmente nel IX secolo, divenne capitale del regno Malla nel XII, e conserva ancora oggi il fascino delle sue origini. Costruita a forma di triangolo e protetta da tre templi dedicati a Ganesh, Bhaktapur è un luogo sospeso tra il suono delle campane e l’odore dell’incenso.
Nel XVI secolo fu un importante centro politico e commerciale lungo la rotta tra India e Tibet. Oggi resta una città profondamente induista, il cui nome significa “la città dei devoti”. Durante l’autunno, la vita si ferma per il Deasin, con sacrifici rituali alla dea Durga, mentre ad aprile le strade si riempiono di vita per il Bisket Jatra, la festa del nuovo anno nepalese.
Bhaktapur è un labirinto di viuzze acciottolate e case di mattoni rossi, di templi, statue e pozzi antichi. Gli artigiani lavorano ancora lungo le strade, intrecciando tessuti o scolpendo il legno. Nelle piazze, le fornaci fumano lente e i vasi di terracotta si asciugano al sole. Tutto sembra muoversi al ritmo di un tempo diverso. E se chiedi qualcosa da assaggiare, ti offriranno lo Juju Dhau, il famoso yogurt reale di Bhaktapur.
Marzo è il mese dei matrimoni Newari. Le strade si riempiono di musica e danze, le donne in abiti tradizionali si tengono per mano, e la polvere rossa - simbolo di buon auspicio - si posa sui capelli e sulle statue delle divinità. Tra le pratiche rituali più caratteristiche c’è quello dell’Ehi, il “matrimonio sacro” tra le bambine e l’albero di bael: una cerimonia che unisce fede e tradizione, dove le giovani vengono simbolicamente “sposate” a una divinità per proteggersi dal destino. Alcuni studiosi, come Rishi Sapkota, ne mettono in discussione il significato, ricordando quanto sottile sia il confine tra religione e consuetudine.
La città possiede tre piazze principali, ognuna con la propria anima. La prima è Durbar Square, un tempo fitta di templi e palazzi, molti dei quali distrutti dal terremoto del 1934. Oggi domina ancora il Palazzo Reale, accessibile attraverso la magnifica Porta d’Oro, che conduce al Tempio di Taleju, tra i più sacri del Nepal. Poco distante si trova la Piazza dei Vasai, cuore dell’antica tradizione ceramica, dove i torni a pedale girano da secoli e i vasi vengono lasciati ad asciugare al sole.
Ma è nella Taumadhi Tole che Bhaktapur rivela il suo volto più iconico. Al centro della piazza si erge il Tempio di Nyatapola, con la sua scalinata sorvegliata da statue di pietra - lottatori, elefanti, leoni, grifoni e dee - in una perfetta armonia di proporzioni. È dedicato a Siddhi Lakshmi, una delle incarnazioni più potenti di Durga, e la sua imponenza domina l’intera città.
Patan: Durbar Square, Palazzo Reale
e il Tempio d’Oro.
Patan, o Lalitpur, “la città della bellezza”, è considerata la più antica tra le città reali della valle ed è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO. Secondo la leggenda, fu fondata nel III secolo a.C. e ampliata nei secoli dai regni Lichavi e Malla. Il suo nome, “Lalitpur”, si dice derivi da Lalit, un contadino che condusse nella valle il maestro Matsyendra per invocare la pioggia dopo una lunga siccità.
Oggi Patan è quasi un sobborgo di Kathmandu, separato solo dal fiume Bagmati, ma la sua Durbar Square resta una delle più affascinanti del Nepal. È un mosaico di templi e palazzi newari, nati soprattutto nel periodo d’oro dei Malla (XIV–XVIII secolo) dove ogni edificio racconta una storia: un cortile dedicato a una dea, un portale ricoperto d’oro, un intarsio ligneo che raffigura scene sacre. Per chi viaggia in famiglia, Patan è un luogo ideale per avvicinare i bambini alla cultura e alla spiritualità del Nepal, tra leggende, rituali e storie che diventano parte del viaggio stesso. Il Palazzo Reale di Patan, costruito nel XIV secolo, è tra i più antichi della valle. Danneggiato nel tempo, conserva ancora tre splendidi cortili comunicanti, dove sorgono i Templi di Taleju, divinità protettrice dei Malla. Attraverso la Porta di Bhairab si accede al Mul Chowk, il cortile più antico e sacro. Dalla vicina Porta d’Oro, realizzata nel 1734, si entra nel Museo di Patan, considerato tra i più importanti dell’Asia meridionale per la sua collezione di arte religiosa.
Al centro del Mul Chowk si trova il Tempio di Bidya, un piccolo santuario dorato accanto al palo dei sacrifici. Poco oltre, le statue fluviali di Ganga e Jamuna custodiscono l’ingresso del Tempio di Taleju Bhawani. Più a nord s’innalza il Tempio di Degutalle, riconoscibile per la torre ottagonale, mentre di fronte sorge il grande Tempio di Taleju, con le sue decorazioni lignee e i tetti sovrapposti.
Tra i luoghi più affascinanti di Patan c’è il Tempio d’Oro (Kwa Bahal), un capolavoro architettonico fondato probabilmente nel XII secolo. Il portale orientale, decorato con fregi e leoni dorati, introduce a un cortile ricoperto da lastre d’oro. In questo tempio, un ragazzo di dodici anni, custode per un solo mese, svolge i rituali quotidiani prima di passare il ruolo al successivo. È un gesto che racconta il ciclo della continuità, la trasmissione di fede e responsabilità.
Nel cortile, le tartarughe sacre vegliano silenziose, e all’interno del santuario principale si trova una statua di Sakyamuni, il Buddha storico, accanto al Bodhisattva Vajrasattva. Nel rispetto della sacralità attribuita alla mucca, non è consentito introdurre oggetti in pelle.
“Dio è uno, ma i saggi lo chiamano con nomi diversi”, recita il Rig-Veda. È questa la chiave dell’induismo, una religione che non divide ma abbraccia. Le divinità - Ganesha, Durga, Lakshmi, Shiva, Vishnu - rappresentano i diversi aspetti di un’unica energia divina. Nella tradizione vedica, gli Dei sono trentatré, ma diventano migliaia nei racconti popolari, riflesso di una concezione del divino presente in ogni forma dell'esistenza. Il termine dharma, “ordine cosmico”, è il fondamento di tutto: la regola che sostiene l’universo e guida la vita degli uomini.
E mentre si esplorano le stradine di Patan, tra mercati, sorrisi e profumo di sandalo, si capisce che ogni tempio è solo una parte del viaggio. Perché un viaggio, in fondo, non è fatto di luoghi, ma di incontri, di gesti, di sguardi.




I Tharu della Giungla del Terai.
«Nel cuore della giungla del Chitwan National Park scorre lento il fiume Rapti tra la bruma del primo mattino. Gli uomini Tharu avanzano sulle loro piroghe, spinti dai lunghi bastoni di legno.»
Venticinque minuti di volo bastano per raggiungere una delle riserve naturali più affascinanti dell’Asia. Inserito tra i patrimoni UNESCO dal 1997, il Parco Nazionale di Chitwan è un’occasione unica per chi viaggia con bambini: un modo per osservare da vicino la natura selvaggia di un ecosistema straordinario, abitato da una delle ultime popolazioni di rinoceronte indiano a corno unico e di tigre del Bengala. In hindi, “Chitwan” significa “cuore della giungla”, un nome che racconta la sua essenza: un luogo dove la natura è ancora sovrana. Elefanti e rinoceronti sono le presenze più imponenti del parco, ma tra la vegetazione si muovono anche gaur, sambar, muntjac indiani e cervi chital, prede di leopardi, cani selvatici, tigri e iene striate. Gli orsi labiati sono tra gli avvistamenti più rari. Il parco, il più antico del Nepal, si estende per 932 km² nella pianura subtropicale del Terai, tra i fiumi Narayani e Rapti e il confine indiano. Negli anni Sessanta iniziò un lavoro costante di conservazione e pattugliamento per contrastare il bracconaggio: da allora Chitwan ha registrato lunghi periodi senza uccisioni di frodo di rinoceronti e tigri, un traguardo di cui i custodi del parco vanno fieri.
Nei villaggi l’elefante è ancora parte della vita quotidiana, come il bue o il cavallo nelle campagne europee di un tempo. Trasporta persone e carichi pesanti, accompagna la caccia o le lunghe camminate nella foresta. Il mahout, il suo guardiano, tramanda il proprio mestiere da generazioni, in un legame che unisce uomo e animale. Il Parco di Chitwan, nel cuore del Terai, è il simbolo vivente del Nepal: una foresta lussureggiante di alberi di sal e distese d’erba ondeggiante, dove si possono osservare rinoceronti, tigri, coccodrilli, scimmie e cervi. Considerata l’area protetta meglio conservata dell’Asia, era in origine riserva di caccia dei reali nepalesi e stranieri. Oggi ospita oltre seicento rinoceronti, offrendo una delle migliori esperienze al mondo di osservazione della fauna selvatica. Il parco alterna foreste subtropicali, paludi e praterie incorniciate dalle catene himalayane. Il fiume Rapti, arginato per creare il lago Lamital, accoglie numerosi uccelli acquatici, mentre nei tratti del Narayani sopravvive una rara popolazione di coccodrilli gharial. I maschi, riconoscibili per la protuberanza sul muso, sono oggi in pericolo critico: la specie ha perso quasi il 98% dei suoi esemplari in meno di un secolo.
La valle di Chitwan è un mosaico di foreste tropicali e praterie alluvionali. Gli alberi di sal dominano il paesaggio, alternati a palissandro e piante di achar. Oltre cinquanta specie di erbe crescono lungo i fiumi Rapti e Narayani, tra cui la phanta, l’“erba dell’elefante”, che può superare gli otto metri e offre rifugio a tigri e rinoceronti. L’ambiente umido favorisce orchidee, zenzero, curcuma e numerose piante medicinali, utilizzate dai guaritori Tharu per decotti e rimedi naturali. I Tharu, ritenuti i primi abitanti del Terai, discenderebbero dai Rajput del Rajasthan o dalla dinastia dei Sakya, la famiglia del Buddha. Hanno vissuto per secoli in piccoli villaggi, seguendo un modello comunitario privo di caste, tasse o leggi scritte. La loro immunità genetica alla malaria ha permesso loro di abitare queste terre quando erano inospitali per altri.
Con la scomparsa della malaria nel 1962, il Terai divenne terra di conquista: la foresta venne abbattuta e i Tharu espropriati. Senza documenti che attestassero la proprietà, molti furono costretti a lavorare in condizioni di schiavitù come Kamaiya, una forma di servitù per debiti ancora oggi in parte esistente. Le loro case, in paglia e graticcio, restano semplici e fragili, e le famiglie spesso non dispongono di abbastanza terra per vivere. Molti uomini emigrano in India per cercare lavoro.
Le donne Tharu, considerate le “principesse della foresta”, indossano abiti vivaci, veli colorati e un orecchino d’oro alla narice sinistra. I tatuaggi su braccia e gambe, un tempo rituali, divennero un segno di difesa: raccontano di quando, per sfuggire alla violenza dei reali che rapivano le più belle, le donne decisero di segnare i propri corpi per sottrarsi alla schiavitù.
Il Chitwan National Park racchiude alcuni dei tratti più identitari del Nepal: una giungla dove natura, storia e dignità di un popolo continuano a resistere, e dove chi viaggia con bambini può vivere la natura come esperienza di crescita e scoperta condivisa.




Orsi Giocolieri & Rinoceronti Unicorno.
Il lago di Lamital è una delle migliori destinazioni mondiali per gli appassionati di birdwatching. Il caleidoscopio di habitat e sottoecosistemi formano un’ambiente favorevole ad ospitare le oltre 500 specie di uccelli registrate nel parco. Per avere un termine di paragone, nell’immenso territorio di Stati Uniti e Canada il numero di specie è inferiore rispetto a quello presente nel Royal Chitwan National Park.
Le stagioni definiscono il ritmo vitale del parco. In autunno, stormi migratori scendono dal nord per svernare al caldo; in primavera, specie tropicali risalgono dal sud in cerca di refrigerio. Tra i rapaci e gli uccelli terricoli presenti nel parco figurano specie rare: il Chitwan è uno dei pochi luoghi in cui nidifica l’aquila anatraia indiana e in inverno può addirittura comparire la maestosa aquila imperiale. Il marabù minore, grande cicogna vulnerabile, è forse l’incontro più raro: supera il metro d’altezza, apre le ali per oltre due metri e con il suo becco poderoso fruga nel terreno alla ricerca di prede. Ma la sorpresa più insolita resta l’orso labiato, curioso e schivo. Si arrampica sugli alberi a testa in giù, caratteristica che gli è valsa il soprannome di “orso bradipo”. Con il suo manto nero e la macchia a mezzaluna sul petto, resiste al freddo e ai grandi predatori come tigri e leopardi, senza mai cadere nel vero letargo.
E poi c’è lui, il rinoceronte indiano. Imponente e antico, un gigante corazzato che vive tra le pianure del Terai, ai piedi dell’Himalaya. Se Aristotele lo definì «asino selvatico», per l'animale venne poi coniato il nome Rhinoceros (dal greco rhino-naso, keros-corno, e ontos-avente, ovvero «che ha un corno sul naso»). Le dimensioni del rinoceronte indiano sono inferiori solo a quelle del rinoceronte bianco africano. In natura i maschi completamente sviluppati sono più grandi delle femmine: i maschi pesano 2200–2600 kg mentre le femmine pesano circa 1600 kg. Il rinoceronte indiano è alto tra i 173 e i 204 centimetri, può raggiungere i 396 centimetri di lunghezza e presenta un unico corno, sviluppato sia nei maschi sia nelle femmine, ma non nei giovani. Oggi ne sopravvivono meno di 2500 esemplari ma grazie alla collaborazione tra Nepal, India e WWF, la speranza non è svanita.
In questo fragile equilibrio tra uomini e animali, il Parco di Chitwan diventa un luogo dove la vita si intreccia e si protegge, dove chi viaggia ritrova stupore e rispetto per la natura. E tra le sue acque lente, i sentieri e il respiro della giungla, chi viaggia in famiglia scoprirà che crescere insieme, tra tigri e rinoceronti, è soprattutto un modo per imparare a guardare la natura con gli stessi occhi.
«Poche esperienze sono per me vitali e decisive come viaggiare. Viaggiare è mettersi in movimento, entrare in sintonia con tutto quello che scorre e cerca un proprio compimento. Viaggiare è accrescere la propria vitalità, è aggiungere alla propria vita un’esperienza da raccontare. È studiare su carta itinerari e percorsi con la consapevolezza che non tutto andrà come previsto.
I miei viaggi sono stati e sono, in fondo, la preziosa opportunità di mettere sul banco della realtà pregiudizi e paure per provare a comprendere quel che sarà effettivamente necessario per crescere come individuo e, oggi più che mai, come famiglia.»
Bandipur, 12.03.2025 - Mattia Melegari




Bandipur, il fascino del Nepal autentico.
Un tempo Bandipur era una tappa vitale sulla rotta commerciale tra India e Tibet. Con la costruzione dell’autostrada il villaggio cadde nell’oblio, ma all’inizio del XXI secolo un progetto di recupero ha riportato alla luce l’antico splendore degli edifici newari del XVIII secolo. Oggi Bandipur è un museo della cultura e dell’architettura Newari, il centro storico è chiuso al traffico motorizzato e l’ambiente sereno e rilassato fanno di Bandipur la meta ideale per famiglie in viaggio con bambini interessate a scoprire il lato più autentico del Nepal.
La storia del villaggio comincia nel XVIII secolo, quando i Newari di Bhaktapur, in fuga dopo la conquista del loro regno da parte del re Prithvi Narayan Shah, si stabilirono su questo altopiano dove trovarono un clima mite e una posizione strategica lungo la via commerciale verso il Tibet. Grazie alla loro abilità nei commerci, Bandipur prosperò per tutto il XIX secolo e arricchendosi di templi, pagode, santuari ed edifici costruiti nello stesso stile di Kathmandu, ancora oggi perfettamente conservati. Negli anni ’50 l’apertura della nuova autostrada interruppe la rotta dei mercanti. Bandipur perse importanza e gran parte degli abitanti si trasferì a valle, lasciando il villaggio quasi deserto. Solo all’inizio degli anni 2000, con nuovi investimenti e un crescente interesse per la tutela del patrimonio culturale, Bandipur è rinata. Oggi i suoi templi e i balconi intagliati in legno rosso restituiscono un’immagine nitida del Nepal storico e le hanno valso il nome di “regina delle colline”.
Il cuore del villaggio è l’area pedonale del bazar antico: botteghe, caffetterie, panetterie e piccole guesthouse si affacciano sulle vie lastricate e raccontano la forza di un popolo che ha saputo custodire la propria identità. Il Santuario di Ganesh, costruito nel XVIII secolo e restaurato negli anni ’90, è uno dei luoghi più amati di Bandipur. Da lì parte una scalinata che conduce al Khadga Devi Mandir, il tempio più importante del villaggio, dove si conserva la spada sacra che, secondo la leggenda, il dio Shiva donò al re Magar Mukunda Sen. Ogni anno, durante il festival di Dashain, la reliquia viene mostrata ai fedeli. Poco più in basso si trova il piccolo Mahalaxmi Mandir, custodito da un anziano che apre il cancello in cambio di poche rupie, in un gesto che sembra fuori dal tempo. Spostandosi verso sud-est si raggiunge l’area di Tin Dhara, le “tre sorgenti”, dove sorge un tempio a tre piani dedicato a Shiva, insolito per la doppia entrata. Da qui, salendo fino a Tudikhel, l’ex piazza d’armi oggi campo da calcio improvvisato, lo sguardo si apre sulle vette himalayane: Dhaulagiri (8.167 m), Ganesh Himal (7.429 m), Langtang Lirung (7.246 m), Machhapucchare (6.993 m) e Manaslu (8.162 m).
Per chi resta a dormire, la Cozy Mountain Home è la scelta più accogliente e per mangiare, basta seguire il profumo dei Momo della Momo House, poco sopra il Santuario di Ganesh: piccoli, fumanti e perfetti nella loro semplicità.


Pokhara e il grande anfiteatro dell’Annapurna.
Immaginate un lago, uno smeraldo incastonato tra le montagne dell’Himalaya, ricoperte da una vegetazione lussureggiante. Immaginate queste cime bianche di neve perenne incorniciate da un cielo blu e profondo. Ora salite su una barchetta di legno colorata e remate - remate, perché i motori sono vietati - sulle acque placide fino a un’isoletta dove sorge un tempio immerso nei fumi d’incenso. Attorno, un via vai di donne, uomini e bambini che accendono lumini, lasciano un fiore colorato e, con un sorriso, posano per una foto ricordo.
Poi tornate sulla vostra piccola imbarcazione e attraccate su una riva dove gustare pesce fritto o un succo tropicale acquistato alle bancarelle di street food lungo il lago. Magari continuate a passeggiare osservando le donne dagli shari luccicanti, i pescatori che ritirano le reti, i bambini che giocano e si rincorrono. Ora sollevate lo sguardo: è l’ora del tramonto, la luce si fa magica, le montagne si riflettono nel lago, i colori si accendono.
Pokhara è il miglior palcoscenico per osservare le grandi montagne dell’Annapurna: l’Annapurna (8.091 m), il Machhapuchhre (6.993 m, l’unica montagna inviolata del Nepal) e il Dhaulagiri (8.167 m). La bellezza dell’Annapurna tocca il suo apice all’alba, quando le nebbie mattutine incorniciano le vette più alte. Il massiccio prende il nome dalla dea indù Annapurna, “colei che dà cibo e nutrimento”, poiché i fiumi che ne scendono irrigano le pianure tutto l’anno.
Una Festa di Colori ai piedi dell'Himalaya.
Una policromia di polveri si libra nell’aria, quasi a competere con i primi boccioli in fiore dopo il lungo inverno. Tra queste nubi colorate si intravede una folla in festa: è arrivata Holi! Con manciate di colori, Holi tinge di gioia ogni cosa. Originariamente legata all’agricoltura, celebra i primi raccolti e segna l’inizio della primavera, momento in cui ogni regola sociale si sovverte.
La festa dura due giorni. Il primo, un grande falò rievoca la vittoria del bene sul male: i semi d’orzo vengono tostati nel fuoco e usati per predire il raccolto. Le ceneri, considerate portafortuna, vengono conservate e utilizzate per accendere i fuochi domestici. Il secondo giorno è puro divertimento: la comunità intera, senza distinzioni di alcun genere, casta o religione, scende per le strade e si “sbizzarrisce” cantando, danzando e lanciandosi polveri o acqua colorate. I gulal, composti di polveri colorate, vengono gettati in aria e formano delle nubi dai colori accesi. Ricadendo, ricoprono le teste, gli abiti e i volti delle persone che sfilano per strada. Si mischiano a terra con l’acqua e creano dei rivoli multicolori rendendo tutto più magico e spensierato e scacciando, almeno per poco, la monotonia, la malinconia e le difficoltà di ogni giorno. Tra l’euforia generale i partecipanti possono gustare i numerosi dolci realizzati per l’occasione. Tutto questo è la festa dei colori!
E in mezzo a quella pioggia di colori capisci che viaggiare con i figli è anche questo: lasciarli liberi di sporcarsi, di ridere, di sentirsi parte del mondo...


E dopo Pokhara, il Tempio di Bindhyabasini, la spiritualità di Kathmandu e le Sacre Scimmie di Swayambhunath…
il nostro viaggio in Nepal è proseguito tra templi, montagne e incontri che resteranno nella nostra memoria.
Per ora la nostra guida si ferma qui, ma il nostro viaggio in famiglia continua.
Un viaggio capace di rafforzare i legami e diventare parte del percorso di crescita familiare.
Con la mia consulenza accompagno le famiglie nella creazione di itinerari pensati non solo per vedere il mondo, ma per attraversarlo insieme, con un’attenzione speciale ai bisogni educativi ed emotivi dei propri figli.
Vuoi che ogni viaggio diventi un’occasione di crescita e connessione familiare?
Scopri come il progetto Genitorialità di Viaggio può trasformare le tue esperienze in momenti di cura e scoperta condivisa.

