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GIAPPONE

· Storie di Geisha e Samurai ·

IL NOSTRO ITINERARIO IN GIAPPONE

DAY1 - Osaka | Namba e Dotonbori
DAY2 - Osaka | Quartiere Shinsekai e Torre Tsutenkaku | Castello di Osaka | Treno per Hiroshima
DAY3 - Hiroshima | Parco Commemorativo della Pace | Isola di Miyajima | Santuario e Torii di Itsukushima 
DAY4 - Tempio Daisho-in | Grotta di Henjokutsu | Treno per Kyoto | Kyoto 
DAY5 - Santuario di Fushimi Inari | Tempio Tödai-ji | Parco di Nara | Kofuku-ji
DAY6 - Parco delle scimmie di Iwatayama | Tempio Tenryu-ji | Foresta di Arashiyama | Santuario Yasaka | Pontochō
DAY7 - Tempio Kinkaku-ji | Tempio Ryōan-ji | Nishiki Market | Gion
DAY8 - Treno per Kanazawa | Kanazawa | Santuario di Oyama | Castello Kanazawa | Giardino Kenroku-En | Higashi Chaya 

DAY9 - Omicho Market | Shirakawa-go | Takayama
DAY10 - Takayama | Mercato di Miyagawa | Hida Kokubun-ji | Distilleria Sake Kawashiri | Sanmachi Suji | Murahan House | Higashiyama Teramachi
DAY11 - Treno per Hakone | Hakone | Valle di Owakudani
DAY12 - Hakone | Lago Ashinoko | Santuario di Hakone | Amasake Tea House | Treno per Tokyo | Tokyo
DAY13 - TeamLab Planets | Odaiba | Akihabara | Parco di Ueno
DAY14 - Santuario Meiji | Museo memoriale d'arte ukiyo-e di Ōta | Harajuku | Mercato di Tsukiji | Shibuya
DAY15 - Kaminarimon | Nakamise-Dori | Sensö-ji | Asakusa Shrine |Omoide Yokocho
DAY16 - Tokyo Cooking Class 

  Il Giappone ha la capacità di suscitare sorpresa. L’esasperazione delle vite dei moltissimi abitanti di un arcipelago così piccolo, il monolitismo delle strutture sociali, l’originalità dell’industria culturale, la resilienza delle sue tradizioni e la varietà delle sottoculture delle megalopoli post-umane ci hanno accompagnati per giorni, trasformandoci in piccoli etnologi che si grattano la testa perplessi.

 

Il Giappone resta per noi un puzzle di cui riusciamo ad assemblare alcune tessere, ma il cui disegno complessivo rimane impenetrabile. Sospeso tra invecchiamento della popolazione e postmodernità estrema, il Giappone è un osservatorio privilegiato per capire il mondo che forse sarà.

Rientriamo quindi da questo viaggio senza la pretesa di aver risolto il mistero perché come ricorda Phillips in Vivere da giapponesi: «Alcune storie giapponesi finiscono bruscamente. Altre non finiscono proprio, ma nel momento cruciale staccano sull’immagine di una farfalla, del vento o della luna.»

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Il podista felice di Dōtonbori (道頓堀). 

Se Kyoto era la città della nobiltà cortese e Tokyo la città dei samurai, allora Osaka era la città della classe mercantile. Gli abitanti di Osaka stanno consapevolmente abbandonando il conservatorismo proprio del Giappone e questa vivace città è un luogo dove le persone sono spesso sfacciate e le interazioni sono condite da scherzi e comportamenti introvabili altrove, una spontaneità che sorprende e rende l’atmosfera più leggera già dai primi passi in città.

C’è un piatto che è la star indiscussa della zona: i kushikatsu, spiedini di verdure, carne e pesce, che vengono fritti e serviti con una salsa simil-Worchester. Ma attenzione: a Osaka, quando si tratta di kushikatsu, vige una regola importantissima da rispettare! Per ragioni igieniche, infatti, gli spiedini vanno immersi una volta sola nella salsa, dato che viene condivisa con gli altri avventori. Un piccolo gesto, semplice e rigoroso, che racconta bene l’equilibrio tra ordine e convivialità tipico della quotidianità giapponese. Oltre ai kushikatsu, un’altra specialità locale è il fugu (pesce palla). Poiché contiene una tossina letale, questo pesce può essere maneggiato e cucinato solo da un cuoco con un’apposita licenza, una precisione che riflette la cura e la serietà con cui in Giappone si tramandano saperi e tradizioni culinarie.

L’area di Namba, conosciuta anche come “Minami Osaka”, è una delle zone più vitali di tutta Osaka. Frequentata principalmente dai giovani, la sera si anima con milioni di luci e di colori. Entrarci significa lasciarsi avvolgere da un flusso continuo, dove ogni insegna e ogni suono sembrano aggiungere un tassello al mosaico vivo della città. Namba trova il suo fulcro in Dotonbori, la strada più conosciuta di tutta Osaka, che ospita centinaia di ristoranti colorati con grandissime insegne meccaniche a sormontarne l’entrata. A tagliare in due Dotonbori c’è il ponte più conosciuto e fotografato di Osaka: ergendosi sul Dotonbori Canal è il luogo ideale per godersi di notte lo spettacolo delle coloratissime migliaia di insegne al neon, riflessi che scorrono sull’acqua e restano impressi nella memoria come una firma luminosa della città.

Una di queste è diventata il simbolo di Osaka: il Glico’s Running Man Signboard, una gigantesca insegna che rappresenta un uomo che taglia il traguardo di una corsa podistica con le braccia alzate in segno di vittoria. Fu installata nel 1933 dalla Glico, azienda giapponese che produce e distribuisce alimenti, e negli anni parte dell’immagine è cambiata, ma il “podista felice” non è mai sparito. Un’icona che resiste al tempo, capace di raccontare in un solo gesto l’energia diretta e contagiosa di Osaka.​

Toyotomi Hideyoshi, il Grande Unificatore. 

Il suo nome significa “mondo nuovo” ed effettivamente, quando nacque nel 1912, Shinsekai prendeva spunto da ciò che si trovava oltre i confini: un progetto pensato per ospitare l’Esposizione Industriale Nazionale e dare nuovo impulso alla città. A Shinsekai tutto è rimasto quasi com’era cinquant’anni fa, un luogo dalla forte atmosfera retrò che conquista i nostalgici. Lasciate le strade colorate di Shinsekai e raggiungete Janjan Yokocho, un’immersione nella Osaka più locale, attraversata dalla stessa aria retrò. I locali più tipici sono quelli dove la gente del posto gioca ai vecchi giochi da tavolo giapponesi, spesso gestiti da una mama che segue gli affari, serve da bere e intrattiene i clienti. 


Eppure, accanto alla sua anima più popolare e quotidiana, Osaka custodisce anche uno dei simboli storici più importanti del Paese: il suo castello. La costruzione iniziò nel 1583, quando Toyotomi Hideyoshi scelse di dare nuovo lustro alle macerie dell’antico tempio di Ishiyama Hongan-ji, edificando una fortezza destinata a essere anche dimora della sua famiglia. È particolarmente rilevante nella storia giapponese perché al suo interno si combatterono alcune delle battaglie decisive per l’unificazione del Paese. Hideyoshi si ispirò al Castello di Azuchi, immaginandone però una versione più monumentale, degna delle sue ambizioni. Ci vollero quindici anni per completarlo: Hideyoshi morì proprio in quell’anno, riuscendo comunque ad ammirare l’opera finita. Oggi l’esterno è identico all’originale, mentre l’interno risulta completamente ristrutturato, con un museo che racconta la storia del castello.

Bambino seduto sulle scale di una piccola locanda di Osaka, illuminato dalla luce delle lanterne tradizionali che pendono all’ingresso.
Strada caratteristica di Osaka con la torre Tsutenkaku sullo sfondo, tra insegne colorate, botteghe e atmosfera vivace.
Mamma con il figlio sulle spalle all’ingresso del castello di Osaka, tra le mura bianche e il grande portale in legno.
Veduta notturna del canale di Osaka da un ponte, con le insegne luminose che si riflettono sull’acqua e persone che attraversano la passerella.

安らかに眠って下さい 過ちは 繰返しませぬから. 

È arrivato il momento di salutare Osaka e di salire sul nostro primo Shinkansen (新幹線) in direzione Hiroshima. Shinkansen è la rete ferroviaria giapponese di treni ad alta velocità sulla quale viaggiano i cosiddetti “treni proiettile” (dangan ressha 弾丸列車). La precisione quasi assoluta di questa rete, famosa per aver totalizzato meno di un minuto di ritardo in un intero anno, restituisce la misura dell’efficienza giapponese. I convogli raggiungono i 320 km/h e sono comodi, silenziosi, essenziali. Anche il comportamento a bordo riflette questa disciplina collettiva: accessi ordinati, toni bassi, telefoni spenti, attenzione a non disturbare. Una forma di viaggio che invita al rispetto reciproco, anche per chi viaggia in famiglia.
 

Arrivati a Hiroshima ci ritroviamo inaspettatamente tra danze e canti di un Bon Odori (お盆), tradizione buddista nata per onorare gli spiriti degli antenati. Questa celebrazione, che nel tempo ha assunto un carattere comunitario, riporta le persone nei luoghi d’origine per visitare e pulire le tombe familiari, come se la memoria potesse restare viva attraverso gesti semplici. Il rito è accompagnato da lanterne accese davanti alle case e da offerte di cibo: riso, verdura, frutta, dolci, fiori. È un gesto di condivisione, che unisce vivi e spiriti in un’unica continuità. Nelle aree intorno a Hiroshima le lanterne colorate illuminano le tombe degli antenati, mentre quelle bianche ricordano chi è morto tra il precedente e l’attuale O-bon.

«E questa notte, 6 agosto 2024, si accenderanno le lanterne dedicate alle vittime del bombardamento atomico, un gesto che racconta un dolore collettivo ancora percepibile.»

Hiroshima (広島市) è conosciuta soprattutto per il suo passato, ma la città non si definisce attraverso la tragedia: promuove la pace con una determinazione non retorica. Il 6 agosto 1945 divenne la prima città della storia colpita da un attacco nucleare e la memoria della devastazione è custodita nel Parco della Pace. Sul cenotafio si legge una frase essenziale e diretta: «Possano tutte le anime riposare in pace e che siano da monito a tutti noi per non ripetere lo stesso errore». Un messaggio rivolto non ai responsabili, ma al futuro.

La testimonianza di chi vide quel momento resta una delle più forti: «Ero nella mia stanza con un altro prete alle 8:15 quando vedemmo una luce accecante, come un bagliore al magnesio. Subito dopo arrivò un’esplosione simile a un uragano. Porte, finestre e muri crollarono. Quando salimmo su una collina, davanti a noi c’era una Hiroshima decimata. Le fiamme, alimentate dalle cucine accese e dalla corrente elettrica, trasformarono la città in un’unica vampa nel giro di poche ore». Alle 08:14:45 l’Enola Gay sganciò “Little Boy”: l’esplosione a 580 metri dal suolo liberò un’energia di sedici chilotoni, uccidendo tra 70.000 e 80.000 persone e distruggendo il 90% degli edifici, compresi tutti i 51 templi della città. Tre giorni dopo, l’attacco a Nagasaki portò il bilancio complessivo oltre le 210.000 vittime.

Hiroshima resta oggi un luogo che non cancella il proprio passato, ma lo trasforma in un invito alla responsabilità. Una lezione che si sente camminando, anche con un bambino accanto, nell’ombra lunga di un evento che continua a chiedere attenzione, memoria, scelta.

Papà con il figlio sulle spalle che avanzano sulla spiaggia di Miyajima durante la bassa marea, con il grande torii sullo sfondo.
Mamma e figlio che accendono bastoncini d’incenso tra lanterne e statue votive nel tempio Daihō-in.
Mattia Melegari e suo figlio all’ingresso del tempio Daishō-in, accanto alle statue dei Niō che proteggono l’accesso al complesso.
Mamma che attraversa il corridoio rosso del santuario di Itsukushima a Miyajima, tra colonne vermiglie e ombre morbide create dalla struttura in legno affacciata sul mare.

I discepoli di Buddha dell'isola di Miyajima. 

Dopo circa un’ora di navigazione raggiungiamo l’isola di Miyajima, considerata una delle più belle dell’arcipelago giapponese e tra i luoghi sacri più importanti del Paese. Per chi viaggia con bambini, Miyajima è uno di quei luoghi in cui la spiritualità si intreccia con la scoperta, e ogni dettaglio diventa occasione per raccontare il Giappone.

L’isola è venerata fin dall’antichità e, secondo la tradizione, tutto avrebbe avuto origine quando un pescatore eresse un primo santuario shintoista, stabilendo un legame destinato a durare nei secoli. Per preservarne la purezza, non sono permesse nascite, morti né sepolture, e ancora oggi le donne incinte e i malati terminali vengono allontanati. A custodire questo passato ci sono le circa duemila persone che vivono sull’isola, mantenendo vivo l’equilibrio tra tradizione, natura e il profondo senso di sacralità che ancora avvolge Itsukushima. Con una superficie di circa 30 km², quasi interamente coperta da fitta vegetazione, l’isola ospita anche una numerosa colonia di cervi.

Il santuario di Itsukushima, patrimonio dell’umanità UNESCO e tesoro nazionale del Giappone, sorge su un’isola la cui sacralità era tale da precludere per secoli l’accesso diretto ai fedeli. Ai pellegrini era concesso soltanto raggiungere il santuario costruito su palafitte, sospeso sull’acqua di una piccola baia. Il celebre torii, portale d’ingresso al luogo sacro, venne eretto direttamente in mare di fronte al tempio.

Il torii di Itsukushima è una delle “tre viste del Giappone”, insieme alla lingua di sabbia di Amanohashidate e alla baia di Matsushima. La struttura originale risale al 1168, mentre l’attuale versione, datata 1875, raggiunge i sedici metri di altezza ed è costruita in legno di canfora del Kyūshū. Lo stile yotsu-ashi, “a quattro pilastri”, assicura maggiore stabilità. Con l’alta marea è accessibile solo in barca mentre con la bassa marea si può raggiungerlo a piedi. I visitatori inseriscono monete nelle crepe dei pilastri per esprimere un desiderio, mentre gli abitanti dell’isola si ritrovano alla bassa marea per raccogliere le ostriche che si attaccano alla base del torii.

Ai piedi del Monte Misen si trova il complesso buddista del Daisho-in, fondato da Kobo Daishi, creatore della comunità religiosa del Koyasan e della scuola Shingon. È considerato uno dei templi più affascinanti da visitare in Giappone, un luogo in cui spiritualità e natura appaiono inscindibili. L’ingresso è segnato dalla Porta Niomon, sorvegliata da due statue Nio, protettori del luogo sacro secondo la tradizione buddhista. Oltre la porta si apre una scalinata lungo la quale sono collocate 600 Scritture di Daihannyakyo: secondo la tradizione, ruotarle mentre si sale dovrebbe portare fortuna. In cima, una grande campana attende i pellegrini: suonarla e lasciare una piccola offerta è un altro gesto propiziatorio. In alternativa alla scalinata, un secondo percorso conduce attraverso 500 statue di Rakan, i discepoli di Buddha, ciascuna con un’espressione diversa. Nonostante il muschio che le ricopre conferisca loro un aspetto antico, furono realizzate tra il 1981 e il 1991, a testimonianza di una tradizione che continua a rinnovarsi. Sul piazzale principale si affacciano due edifici: il Kannondo e il Chokugando. Il primo è dedicato alla dea della misericordia Kannon, raffigurata con undici teste, emblema della sua capacità di cogliere le sofferenze del mondo. La leggenda narra che Kannon si sia reincarnata trentatré volte per aiutare gli esseri umani e per questo, all’interno del Chokugando, si trovano trentatré statue a lei dedicate, erette in sua devozione. Su una parete esterna è rappresentato Shaka Buddha che raggiunge il Nirvana, circondato dai suoi 16 discepoli. La visita è resa ancora più piacevole dai monaci che offrono tè freddo ai visitatori.

La sala principale di preghiera è la Maniden Hall: per raggiungerla occorre percorrere una scalinata ornata da ruote di preghiera. Secondo le credenze, farle girare tutte equivale a ottenere le benedizioni di un’intera lettura del Hannya-Shinkyon. Al termine della Hakkaku Manpuku Hall, una piccola sala ottagonale circondata da uno stagno, dove si trovano le statue delle sette divinità della fortuna di Miyajima. Un altro luogo suggestivo è la Grotta di Henjokutsu, che ospita 88 icone buddiste simbolo dei templi del pellegrinaggio dell'isola di Shikoku. È illuminata solo da lanterne appese al soffitto e si ritiene che percorrerla equivalga a compiere l’intero pellegrinaggio, ricevendone le stesse benedizioni.
Per le famiglie in viaggio, Miyajima è una parentesi sospesa: un luogo in cui raccontare ai bambini la spiritualità giapponese senza lezioni forzate, ma attraverso gesti, silenzi e piccoli riti.

さようなら宮島!京都の時間ですよ
Goodbye Miyajima! It's Kyoto time!

Mattia Melegari e i primi passi di suo suo figlio lungo il sentiero dei torii del Fushimi Inari
Papà e figlio che interagiscono con un cervo nel parco di Nara, uno degli animali sacri che vivono liberi tra i templi.
Mamma con il figlio in braccio a metà del percorso del Fushimi Inari, circondata dai torii vermigli che segnano la salita verso il monte sacro.
Cucciolo di scimmia osservato nel parco naturale di Arashiyama, seduto tra le rocce ai margini del sentiero panoramico

Inari (稲荷), la kami del riso e degli affari. 

Kyoto (京都市) fu capitale del Giappone per oltre un millennio, dal 794 al 1868, ed è ancora oggi conosciuta come “la città dei mille templi”. Essendo stata quasi interamente risparmiata dalla seconda guerra mondiale, conserva uno dei patrimoni storico-culturali più importanti del Giappone ed è per questo inclusa tra i siti protetti dall’UNESCO. La visita a Kyoto è una tradizione profondamente radicata nell’immaginario giapponese: secondo molti, chi ha la fortuna di raggiungerla sviluppa un modo più attento e consapevole di viaggiare

Il santuario di Fushimi Inari, celebre per i torii rossi che formano lunghi corridoi sulla montagna, è uno dei principali monumenti religiosi di Kyoto e del Paese. Consacrato a Inari, una delle divinità più venerate del Giappone, è il santuario principale degli oltre 30.000 Fushimi Inari presenti nell’arcipelago. Fondato nel 711 d.C., vanta più di tredici secoli di storia: fu il potente clan Hata a istituzionalizzarne il culto, formalizzando una devozione che secondo alcune tradizioni era già diffusa da secoli.

Una delle leggende fondative è contenuta nello Yamashiro Koku Fudoki: un antenato del clan praticava il tiro con l’arco colpendo dei mochi, i dolci di riso glutinoso. Una freccia trafisse uno di essi trasformandolo in un cigno, che volò fino alla cima di una montagna dove iniziò a crescere il riso. Questo episodio miracoloso segnò l’inizio del culto di Inari Okami e diede il nome al Monte Inari. Durante il periodo Heian (794–1185), la popolarità della divinità e del santuario crebbe grazie al potere del clan Hata. Quando nel 796 fu costruito il grande tempio buddista To-ji, il legno proveniente dal Monte Inari venne utilizzato per l’opera: Inari divenne così la divinità protettrice del To-ji.

Per comprendere questa sovrapposizione tra fedi diverse occorre ricordare che, fino all’epoca Meiji, non esisteva una distinzione netta tra buddhismo e shintoismo. I due sistemi coesistevano e si intrecciavano profondamente, senza contrapposizioni. La separazione, introdotta in epoca moderna come strumento politico per consolidare il nuovo potere imperiale, è quindi un concetto relativamente recente.

Inari è una divinità polivalente e onnipotente: tutto ciò che riguarda prosperità, fertilità, abbondanza o buona fortuna rientra nella sua sfera. Fin dall’antichità è stata considerata anche la protettrice degli affari e delle attività commerciali, e proprio per questo ciascuno dei torii del Fushimi Inari è donato da aziende giapponesi come gesto propiziatorio e di riconoscenza. La sua iconografia è altrettanto versatile: può essere rappresentata come divinità maschile, femminile o bodhisattva androgino, assumendo forme diverse che vanno dalla volpe bianca, suo messaggero, al serpente fino al drago.

Le volpi, chiamate kitsune nella tradizione giapponese, sono presenza costante nei santuari dedicati a Inari e portano spesso una chiave nella bocca: è quella del deposito del riso, simbolo di abbondanza e protezione.

Papà e figlio che camminano lungo il sentiero della foresta di bambù di Arashiyama, immersi nelle alte canne che filtrano la luce
schema illustrato del giardino zen Ryōan-ji, con la disposizione delle quindici rocce su ghiaia bianca e i contorni del tempio che ne definiscono la visione asimmetrica.
Mamma e figlio seduti sulla veranda di legno del tempio Ryōan-ji, mentre osservano in silenzio il giardino zen di rocce e ghiaia pettinata.
Mamma e figlio che gattona sul pavimento in legno del tempio Tenryū-ji, circondati dalla luce morbida che entra dal giardino zen
Mamma accanto a una bicicletta tradizionale parcheggiata in un vicolo di Takayama, con un murale di un drago e scritte giapponesi sul muro alle sue spalle.
papà e figlio in posa davanti a una casa tradizionale gassho-zukuri di Shirakawa-go, con il tetto di paglia inclinato e i pini che incorniciano la scena.

Karesansui e immagini d'epoca Muromachi. 

In riva a uno specchio d’acqua così limpido da riflettere alberi e vegetazione con una nitidezza quasi irreale, sorge il tempio buddista Kinkaku-ji, uno degli edifici più amati dell’antica capitale giapponese. A colpire non è solo la sua architettura, ma anche lo scenario naturale che lo accoglie: un giardino rigoglioso progettato secondo i canoni del periodo Muromachi, quando edifici e paesaggio dovevano convivere in perfetta armonia, come se la mano dell’uomo avesse soltanto sfiorato la natura senza mai imporsi su di essa. Il tempio deve il proprio nome alla foglia d’oro che riveste i piani superiori, simbolo di purificazione nella tradizione buddhista. Lo stagno su cui si affaccia non è un semplice elemento scenografico: i riflessi dell’acqua amplificano la luce e fanno apparire la struttura ancora più luminosa, come se emergesse direttamente dal paesaggio. La struttura si sviluppa su tre piani e custodisce reliquie del Buddha, confermando il valore spirituale di un complesso oggi riconosciuto come patrimonio UNESCO.

 

 

Dal fasto del tempio dorato si passa a una delle espressioni più essenziali dell’estetica zen: il Ryōan-ji, celebre per il suo giardino karesansui. La contemplazione prende forma attraverso un enigma: le quindici pietre disposte nella distesa di ghiaia non possono essere viste tutte contemporaneamente da nessun punto della veranda. Si dice che solo chi raggiunge l’illuminazione riesca a coglierle in un unico sguardo. Il silenzio del tempio, rotto soltanto dall’acqua e dal cinguettio degli uccelli, amplifica l’effetto contemplativo. Il significato della composizione non è del tutto chiaro, ma alcune interpretazioni antiche la collegano alla storia di una tigre che deve traghettare i propri cuccioli attraverso un fiume, evitando che quello più aggressivo possa nuocere agli altri. Una metafora di accortezza, equilibrio e responsabilità, temi ricorrenti nella spiritualità giapponese.

I sapori di Kyoto e la tradizione delle geiko.

Il Nishiki Market, soprannominato “la dispensa di Kyoto”, è un condensato di tradizione culinaria e vita quotidiana. Per chi viaggia con bambini è un modo semplice e coinvolgente per respirare l’anima gastronomica della città: tra banchi colorati, piccoli assaggi e preparazioni insolite, il mercato trasforma la scoperta dei sapori locali in un’esperienza immediata e curiosa. Tra i banchi si alternano alcune delle specialità più rappresentative della cucina locale, dal takotamago, piccolo polipo farcito con un uovo di quaglia, agli tsukemono in agrodolce, fino all’unagi alla griglia, alle ostriche e al dashi maki preparato con brodo dashi.

 

Poco distante, il quartiere di Gion conserva il volto più elegante e discreto della città. Nato nel Medioevo per accogliere i pellegrini diretti al Santuario di Yasaka, divenne in seguito uno dei più importanti hanamachi del Giappone, i quartieri delle geishe. Oggi, nonostante il numero di geiko sia diminuito, Gion rimane uno dei luoghi in cui sopravvivono l’estetica delle case da tè, le machiya in legno e le arti tradizionali tramandate da generazioni. Le geishe di Kyoto sono chiamate geiko, “donne dell’arte”, mentre le apprendiste sono le maiko, riconoscibili dai kimono vivaci e dagli obi elaborati. Il loro andare e venire tra le ochaya scandisce ancora il ritmo delle sere di Gion, contribuendo a rendere il quartiere uno dei più affascinanti del Paese.

 

«E alla fine della giornata ti rendi conto che Kyoto, come ogni viaggio,  ridisegna il modo in cui guardi il mondo.»

Mamma e figlio che giocano con un grande cubo di ghiaccio insieme a un gruppo di bambini giapponesi, tipico gioco dei mercati del pesce in Giappone.
Mamma e papà in posa di fronte alla serranda dipinta di una bottega del mercato del pesce di Tokyo, tra colori vivaci e segni giapponesi che richiamano l’atmosfera del mercato.

Bite, Kick, Butt & Knock Down!

Un antico poeta definì Nara come «un fiore profumato in piena fioritura». L’antica provincia di Yamato, corrispondente all’odierna prefettura di Nara, è considerata una delle culle della civiltà giapponese, grazie ai suoi templi, ai quartieri tradizionali e al ruolo centrale avuto nella formazione del Paese. Capitale dal 710 al 794, è oggi un luogo di alto interesse artistico e dal 1998 patrimonio UNESCO.

Il Parco di Nara, polmone verde di 1.300 ettari istituito nel 1880, è il punto di partenza per scoprire i principali luoghi d’interesse della città. La sua unicità è data dagli oltre mille cervi Shika che vivono in libertà, considerati messaggeri degli dei. La leggenda narra che Takemikazuchi-no-mikoto, divinità del tuono, giunse a Nara a cavallo di un cervo bianco: da allora i daini furono venerati come esseri sacri, e per secoli la loro uccisione fu punita con la morte. Ancora oggi il rispetto verso questi animali è evidente, così come i cartelli che spiegano come comportarsi per evitare incontri "troppo ravvicinati".
 

Il tempio Tōdai-ji, costruito nel 752 durante il periodo Nara, è uno dei centri buddhisti più importanti del Paese. Divenne così influente da contribuire allo spostamento della capitale a Nagaoka nel 784 per limitarne il potere politico. All’ingresso si ergono i due Nio, Ungyo e Agyo, guardiani dell'inizio e della fine che vegliano dalle loro nicchie da oltre un millennio. Al suo interno si trova il Daibutsu, il Buddha Vairocana, una statua in bronzo alta 14 metri, originariamente affiancata da due pagode poi distrutte dai terremoti. Il progetto consumò quasi tutto il bronzo del Paese, mettendo in crisi l’economia dell’epoca. La statua fu più volte ricostruita, ma l’impatto che suscita entrando nel vasto padiglione rimane immutato: una presenza che supera il tempo e continua a raccontare la misura del sacro in Giappone.

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I 100 paesaggi sonori del Giappone. 

Tra le montagne di Arashiyama si trova una riserva naturale che ospita una colonia selvatica di oltre cento macachi giapponesi, specie endemica del Paese nota come “scimmie della neve”. Vivono allo stato brado e si muovono liberamente tra gli alberi e i cespugli, offrendo uno scorcio raro sulla loro socialità e sui ritmi della foresta. I macachi sono diffusi soprattutto nelle regioni montuose del Nord: sanno nuotare, resistono al freddo e si immergono nelle sorgenti termali tipiche del Giappone per mantenere la temperatura corporea.

Poco oltre i sentieri della riserva si incontra uno dei luoghi spiritualmente più importanti di Arashiyama: il Tempio Tenryu-ji, principale tempio della scuola Zen Rinzai. Il complesso comprende una sala di preghiera, una sala di meditazione e una sala dedicata alla pittura, ma il suo elemento più celebre è il giardino progettato dal maestro zen Musō Soseki secondo la tecnica dello shakkei, il paesaggio preso in prestito. Il giardino si sviluppa attorno allo stagno Sogen e integra armoniosamente il profilo del monte Arashiyama nel proprio disegno paesaggistico. Alcuni dei suoi elementi richiamano la leggenda cinese delle carpe che, superando le cascate Dragon Gate, si trasformano in draghi. Le composizioni in pietra che evocano cascate e carpe creano un dialogo continuo tra mito e natura. Il tempio fu fondato nel 1339 da Ashikaga Takauji sui resti del Danrin-ji, considerato il primo tempio zen del Giappone. In precedenza l’area ospitava la residenza estiva dell’imperatore Go-Saga, la villa Kameyama-dono. Dopo la sua morte, Takauji convertì il complesso in un tempio zen dedicato al suo spirito, ponendo le basi di una delle istituzioni religiose più influenti della regione.

 

Uscendo dal complesso si raggiunge la celebre foresta di bambù di Arashiyama, dove gli steli si innalzano creando un corridoio naturale in cui la luce filtra con delicatezza e il vento produce un fruscio riconosciuto dal Ministero dell’Ambiente come uno dei “100 paesaggi sonori del Giappone”. La foresta si estende per circa 160.000 metri quadrati e il bambù continua a essere impiegato nell’artigianato locale, secondo pratiche di raccolta bilanciate con ripiantumazioni periodiche.​

 

A chiudere la giornata è il Santuario di Yasaka, da secoli considerato uno dei principali centri spirituali di Kyoto. Le sue origini risalgono al 656, quando il monaco Irishi introdusse la divinità della tempesta Susanoo-no-mikoto e costruì un tempio in suo onore. La leggenda narra che sotto l’edificio principale si trovi una fossa che ospita un drago blu, custode della pace cittadina. Nel 877 un’epidemia minacciò la capitale: le offerte e le preghiere rivolte al santuario vennero considerate decisive nel fermarne la diffusione, consolidando la reputazione del luogo nei secoli successivi.

Shirakawa-go e il significato di yui. 

Immerso in una valle remota e circondato dalle montagne di Gifu, Shirakawa-go è un luogo in cui è facile dimenticare il mondo esterno. Le foreste occupano quasi il 96% dell’area del villaggio e, per quanto il paesaggio appaia idilliaco, non è difficile immaginare quanto la vita sia stata dura in passato. La sopravvivenza è stata resa possibile da una profonda filosofia di vita chiamata yui: uno spirito comunitario fatto di aiuto reciproco, responsabilità condivisa e legami che garantivano la continuità del villaggio.

Le origini dei gasshō-zukuri sono in parte avvolte dal mistero, ma gli storici ritengono che queste case di paglia siano state costruite tra i 250 e i 300 anni fa. Isolati per lunghi periodi, gli abitanti di Shirakawa-go coltivavano alberi di gelso e costruivano case dai tetti ripidi, funzionali e resistenti alla neve. Il termine gasshō, “mani in preghiera”, e zukuri, da tsukuru, “costruire”, richiamano la forma dei tetti, che ricordano il gesto di un monaco in meditazione. La loro costruzione era quindi un’azione collettiva che rafforzava l’identità del villaggio.
La casa più famosa è quella della famiglia Wada, una delle più grandi e antiche. Quando nel 1995 Shirakawa-go venne riconosciuto Patrimonio UNESCO, fu chiesto alla famiglia di aprire la casa al pubblico come esempio perfetto di architettura tradizionale. Accettarono solo due anni dopo, in coerenza con l’indole riservata della comunità, e ancora oggi la dimora racconta con sobrietà la vita quotidiana del villaggio.

La manutenzione delle case gassho-zukuri è un rito collettivo. Completare un tetto richiede circa un mese di lavoro, competenze specifiche e una notevole forza fisica. Poiché in questa parte del Giappone gli accumuli nevosi possono raggiungere anche dieci metri l’anno, gli impagliatori devono calibrare ogni copertura con estrema precisione. Tutto avviene secondo lo spirito di yui: non esiste individualismo. La regola non scritta è chiara: “non vendere, non prestare, non distruggere”. Le case devono rimanere alle famiglie del luogo, e chi non vi è nato può ereditarne una solo attraverso matrimonio o adozione simbolica nella linea familiare.

Shirakawa-go non è un museo né una ricostruzione turistica: è un villaggio vivo, dove gli abitanti continuano a tramandare tecniche, rituali e responsabilità. Yui restituisce ciò che il wabi-sabi offre alla cerimonia del tè: non solo un principio, ma una sensibilità che orienta il vivere.​

Possiamo pensare che il nostro mondo attuale sia più “connesso” di quanto non lo sia mai stato, sia fisicamente – tramite strade e infrastrutture – sia attraverso il progresso tecnologico moderno, ma c’è ancora molto che possiamo scoprire da un luogo come Shirakawa-go su che cosa voglia dire essere veramente connessi. Un insegnamento che aiuta a riflettere su ciò che davvero tiene uniti i luoghi e le persone.

Mamma e figlio che bevono una bevanda calda in una locanda tradizionale sul Monte Hakone, circondati da arredi in legno e atmosfera da ryokan antico.
Bambino che prega davanti a un piccolo tempio giapponese, ripetendo i gesti osservati durante il viaggio: mani giunte e inchino
Papà e figlio in posa davanti alla statua gigante del Gundam a Tokyo, il robot luminoso che domina la piazza.

E dopo Shirakawa-go, il monte Hakone, le luci di Tokyo e le lanterne rosse di Omoide Yokocho

il nostro viaggio in Giappone è proseguito tra tatami, porte scorrevoli e onsen custodi di una tradizione millenaria.

 

Per ora la nostra guida si ferma qui, ma il nostro viaggio in famiglia continua.

Un viaggio capace di rafforzare i legami e diventare parte del percorso di crescita familiare.
Con la mia consulenza accompagno le famiglie nella creazione di itinerari pensati non solo per vedere il mondo, ma per attraversarlo insieme, con un’attenzione speciale ai bisogni educativi ed emotivi dei propri figli.

 

Vuoi che ogni viaggio diventi un’occasione di crescita e connessione familiare?
Scopri come il progetto Genitorialità di Viaggio può trasformare le tue esperienze in momenti
di cura e scoperta condivisa.

Donna in abito tradizionale giapponese all’ingresso di un tempio
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